Rassegna del 29 Maggio 2017

I NUMERI DEL VINO

Il consumo di vino e bevande alcoliche in Italia – aggiornamento ISTAT 2016 (*)

http://www.inumeridelvino.it/2017/05/il-consumo-di-vino-e-bevande-alcoliche-in-italia-aggiornamento-istat-2016.html

  

E’ il momento di aggiornare le nostre tabelle sul consumo di vino e di alcolici in Italia, che ISTAT pubblica annualmente, esprimendo non le quantità ma bensì la penetrazione del consumo (cioè quanti rispetto alla popolazione), tagliando i dati per tipo di bevanda, zona di consumo e intensità del consumo (in realtà il rapporto è più orientato a monitorare l’eccesso di consumo, anche se poi i dati sono molto completi). Il momento non è dei migliori per il vino, a leggere i dati che noi mettiamo in prospettiva temporale, cioè confrontandoli con quelli degli anni passati. La penetrazione del consumo di vino cala seppur di poco al 51.7% della popolazione, ma lo fa in un contesto di crescita della penetrazione del consumo di alcolici (64.7%) dove si avvantaggiano la birra (47.8%) e le altre bevande alcoliche (43.2%). E questo è a sua volta frutto della tendenza sempre maggiore di consumare alcolici in modo sporadico e soprattutto fuori pasto. Non solo. I dati confrontati al passato mettono in luce che per la prima volta dopo anni non cresce nemmeno la percentuale della popolazione che consuma vino ogni tanto, fino allo scorso anno in costante crescita, mentre continua il calo strutturale del “bicchiere di vino a pasto”. Passiamo dunque a guardare qualche dato insieme, lasciando al prossimo articolo l’analisi più approfondita delle tendenze regionali e per classi di età.

  

 

. Coloro che consumano vino in Italia sono il 51.7% della popolazione sopra gli 11 anni, in calo rispetto al 52.2% dello scorso anno, dato peraltro in crescita evidente rispetto al minimo storico del 2014. Sono invece in crescita i bevitori di birra, 47.8% rispetto al 46.4% del 2015, il livello massimo da quando analizziamo questo rapporto. Lo stesso vale anche per le altre bevande alcoliche, salite al 43.2% dal 42.1%, a suggellare una penetrazione totale delle bevande alcoliche vicinissima al 65% della popolazione sopra gli 11 anni di età.

. Come ben sappiamo, il consumo abituale è strutturalmente in calo, soprattutto per il vino: siamo per la prima volta sotto il 20%, rispetto al 25% del 2008. Il consumo abituale non migliora peraltro per le altre categorie, talchè solo il 21.4% della popolazione (25% nel 2008) consuma abitualmente alcolici.

. Quale la penetrazione degli stili di consumo? Il consumo intenso, oltre mezzo litro al giorno scende al 2.3% della popolazione, come lo scorso anno, e rispetto al 3.5% del 2008. Il “bicchiere di vino a pasto”, quindi 1-2 bicchieri al giorno passa dal 17.7% al 17% in un anno (era il 22% nel 2008), mentre il consumo sporadico che come potete apprezzare da grafici e tabelle cresceva strutturalmente, nel 2016 passa al 27% dal 27.7% dello scorso anno.

. Se le tendenze di fondo sono simili, il 2016 sembra essere un anno negativo per il consumo maschile rispetto a quello femminile, che si mantiene su percentuali più vicine a quelle degli anni scorsi. I consumatori maschi di vino sono il 65% della popolazione rispetto al 66% dell’anno scorso e al 67% del 2008, mentre per le donne si mantiene intorno al 39-40% tra il 2015 e il 2016 e non è lontano al 67% del 2008. Quindi si potrebbe ben dire che il calo del consumo di vino è soprattutto un tema maschile.

. Senza voler entrare nell’argomento del prossimo post, vedete anche un’anticipazione dei consumi per macroarea geografica: il calo di consumo sembra più netto al nord, dove si perde circa l’1.5% della popolazione nel 2016 rispetto al passato, mentre l’indagine ISTAT sembra identificare una inversione della tendenza negativa al centro/sud (ma non nelle isole) probabilmente legata a un maggiore impatto positivo della stabilizzazione dell’economia.

 

(*) Nota: si tratta di un articolo importantissimo, dal momento che l’obiettivo principale di chi intende far diminuire le sofferenze conseguenti al bere è il calo dei consumi.

Solo poche settimane fa, commentando i dati della Relazione Ministeriale sull’alcol (riferiti al 2015) avevamo notato, dopo il calo costante degli ultimi decenni, un preoccupante aumento del consumo di vino in Italia. E ci eravamo chiesti se poteva essere un fisiologico “rimbalzo” o una vera e propria inversione di tendenza.

Ora i dati 2016 per fortuna sembrano far propendere per la prima ipotesi: come mostrano le tabelle in questo articolo, dal 2015 al 2016 calano i bevitori, sia quelli del bicchiere di vino al pasto, sia quelli da oltre mezzo litro di vino al giorno.

Sono dati piuttosto confortanti rispetto al vino, quelle che Enrico Baraldi e Alessandro Sbarbada sono soliti chiamare “buonENOtizie”.

Ma – in controtendenza - preoccupano gli incrementi segnalati per la birra e per gli altri alcolici.

Insomma, ma questo lo sapevamo già: c’è ancora molto lavoro da fare.

 

LA STAMPA Cuneo

Nella regione dei grandi vini si bevono sempre meno alcolici

Statistica sui consumi in Piemonte a cura dell’Istat (*)

alberto prieri

cuneo

Centomila bevitori in meno in un anno: nel Piemonte dei grandi vini, cala il numero di chi consuma bevande alcoliche secondo lo studio «L’uso e l’abuso di alcol in Italia» pubblicato dall’Istat. L’indagine rivela come, in regione, il numero di chi abbia bevuto alcol almeno una volta in dodici mesi (tra i residenti con più di 10 anni) è passato dai 2 milioni 717 mila del 2015 ai 2 milioni 605 del 2016, il 4,12% in meno.

Il calo è confermato dalla netta diminuzione di chi si concede un bicchiere tutti i giorni: due anni fa lo facevano 945 mila piemontesi, a fine dello scorso dicembre sono diventati 864 mila (-8,57%). Sia tra chi ne fa un uso moderato, sia tra i più incalliti, le bevande preferite sono vino e birra, scelte da circa la metà di coloro che non rinunciano all’alcol. Il 16,8% di questi beve da 1 a 2 bicchieri di vino al giorno (il 2,8% arriva a superare il mezzo litro), mentre solo il 4,3% dichiara di consumare birra quotidianamente. 

PIÙ UOMINI CHE DONNE  

È il 32,4% dei maschi che ammette di bere tutti i giorni, mentre solo il 12,2% delle donne lo fa. La forbice tra i due sessi rimane ampia considerando i comportamenti a rischio: sono 320 mila i maschi che abitualmente eccedono, 133 mila le femmine. Il dato totale, 453 mila, è quello che, rispetto all’anno prima, è sceso meno, perché si è ridotto solo dell’1%. 

Al contrario, è crollato il fenomeno del «binge drinking», ossia la tendenza ad andare oltre i limiti in una sola volta. Statisticamente viene considerata tale l’occasione in cui bevono più di 5 bicchieri gli uomini e più di 4 le donne: coloro che dichiaravano di esagerare in questo modo erano 386 mila nel 2015; sono diventati 295 mila l’anno scorso (-23,6%). Può capitare a pranzo o cena con amici, ma i più esposti sono i giovani durante il fine settimana. 

I RISCHI DELLO SBALLO  

«I ragazzi amano meno il vino, scelgono piuttosto birra e superalcolici – dice Claudia Geuna, responsabile dell’area Educazione alla salute dell’Asl Cn2 Alba-Bra -. La maggioranza di loro non conosce i rischi che corre: bere per sballarsi è diventato così diffuso che viene vissuto come normale, anche a causa delle pubblicità che fanno credere che sia possibile divertirsi solo con l’alcol». 

Tuttavia, c’è chi pensa che quantità minime siano addirittura salutari. «E’ un falso mito, l’alcol può generare danni a qualunque livello di consumo – taglia corto la Geuna -. Il pericolo più grave è rappresentato dagli incidenti stradali, senza dimenticare il coma etilico tra i giovani: molti studi confermano come l’alcol sia la prima causa di morte diretta o indiretta per i ragazzi di età compresa tra i quindici e i ventinove anni». 

 

(*) Nota: ancora buonENOtizie.

I dati del Piemonte sono così positivi che ci sarebbe da andare a fare i caroselli per le strade per festeggiare. 4,12% (centododicimila persone) di bevitori in meno in un solo anno, 23,6% in meno di binge drinkers in un solo anno!!!

 

REPUBBLICA Bari

Taranto, stupro di gruppo su una 15enne dopo un party a base di alcol: arrestati in due (*)

I fatti risalgono al novembre del 2016 ma la ragazza ha presentato denuncia a gennaio: la ragazza conosceva uno dei due e si era presentato a casa sua per festeggiare il compleanno. La difesa dei due giovani: "Era consenziente"

di VITTORIO RICAPITO

TARANTO - Due ragazzi incensurati, di 19 e 21 anni, sono stati arrestati dagli agenti della sezione 'reati sessuali e contro i minori della squadra mobile di Taranto per concorso in violenza sessuale di gruppo aggravata. Il primo, finito ai domiciliari e il secondo, condotto invece in carcere, avrebbero abusato di una minorenne di 15 anni, costretta a compiere atti sessuali dopo essere stata indotta a bere sostanze alcoliche durante un incontro avvenuto a casa del 21enne.

Nell'ordinanza di custodia cautelare, firmata dal giudice per le indagini preliminari Vilma Gilli, in 14 pagine è ricostruito l'episodio che sarebbe avvenuto a novembre del 2016. La minore era amica del 21enne da tempo. I due frequentavano la stessa comitiva. Sarebbe stata proprio lei a presentarsi a casa del suo amico maggiorenne con alcune bottiglie di alcolici per festeggiare in ritardo il compleanno del ragazzo, che era in compagnia di un suo amico. Secondo l'accusa, durante l'incontro i due maggiorenni avrebbero approfittato della minore, costringendola con violenza ad avere rapporti sessuali approfittando dello stato

d'incapacità dovuto all'assunzione di alcol.

La ragazzina ha denunciato i presunti abusi subìti a gennaio scorso. Le indagini della polizia, secondo quanto riportato in una nota della questura, hanno consentito di riscontrare in pieno le dichiarazioni ree dalla minore e ricostruire la dinamica degli eventi. Ascoltati nel corso delle indagini, i due indagati si sono difesi riferendo che la minorenne era consenziente e negando ogni violenza o sevizia.

 

(*) Nota: è quella stessa città di Taranto la cui Università si fa sostenere da bevute di birra (http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/taranto/893602/e-chi-beve-birra-raffo-sostiene-l-universita-di-taranto.html ).

 

ANSA

Auto piomba sulla folla a Marbella, ma è scontro fra bande

Ubriachi cercano di investire rivali dopo festa

Esclusa matrice terroristica

Paura terrorismo in Spagna. A Marbella un'auto all'improvviso si è lanciata contro la folla in una zona pedonale, falciando tre persone e facendo subito pensare ai drammatici precedenti di Nizza e Berlino. I testimoni, tutti in strada per la festa dello Champagne, scioccati parlano subito di terrorismo, dicono che l'auto sterzava per colpire più persone possibili. Ma solo dopo i primi attimi di terrore si scopre che la macchina impazzita in realtà non era lanciata a caso sulla folla, ma puntava su tre persone ben precise. Per vendetta.

La polizia spagnola, dopo un inseguimento, ha arrestato l'autista e un altro passeggero dell'auto, entrambi ubriachi e, mentre si rincorrevano notizie sempre più confuse sulla natura dell'attacco, testimonianze e immagini già viste troppe volte dei feriti distesi lungo la strada,  hanno piano piano ricostruito il puzzle.

Nel beach club più noto della capitale della Costa del Sol si sta celebrando lo 'Champagne Party', ma forse ne scorre troppo e tra due gruppi di inglesi scatta una rissa. Lo scontro è così violento che vengono tutti buttati fuori. Quando si ritrovano per strada continuano i tafferugli, finché un gruppetto di loro, quattro persone, si stacca dagli altri e si allontana nel bosco.

Ma non è una resa. Poco dopo tornano in macchina, a massima velocità, per investire i componenti dell'altro gruppo. E ci riescono: sono i tre feriti di cui poco dopo parlerà il ministro dell'Interno. Dopo averli travolti riescono a fuggire e si dirigono verso l'autostrada, una folle corsa che li porta a perdere il controllo dell'auto nel tentativo di fuggire ad un posto di blocco della polizia e scontrarsi con un'altra macchina. Altri quattro feriti lasciati dietro di se' fino a quando la polizia riesce a bloccarli. L'autista è ferito in modo grave, gli altri in maniera più lieve. Il terrorismo è escluso.

 

LA NUOVA SARDEGNA

Droga e alcol, sulle strade è far west: 14 denunciati nel Sassarese

Nel fine settimana i carabinieri hanno ritirato patenti e sequestrato veicoli.

È emergenza tra i giovanissimi che si mettono alla guida senza essere idonei

SASSARI. Dai controlli effettuati sulle strade nel fine settimana solo conferme: troppa gente si mette alla guida di auto e moto sotto l'effetto dell'alcol e di sostanze stupefacenti. È un bollettino che si rinnova ogni settimana: anche nell'ultimo weekend, i carabinieri del comando provinciale di Sassari hanno denunciato in stato di libertà 14 persone perché sorprese a guidare in condizioni non consentite. Sono infatti risultate tutte positive all'alcoltest o al cosiddetto "drogometro". Immediato il ritiro della patente oltre al sequestro del veicolo.

Nel corso dell'attività sono state elevate anche numerose contravvenzioni per infrazioni al Codice della strada. Una vera e propria emergenza che trova solo conferme e che - forse - necessita di ulteriori interventi per evitare che la situazione possa degenerare. I carabinieri nel corso del fine settimana hanno controllato circa 300 automobilisti ed effettuato anche diverse perquisizioni nei veicoli che hanno consentito di recuperare residui di sostanze stupefacenti e in un caso anche un falcetto di circa 50 centimetri.

È una storia che si ripete e purtroppo generalmente peggiora con l'arrivo della stagione estiva, quando aumenta il numero delle persone in circolazione, spesso con l'abbinamento a feste e appuntamenti notturni nei centri della provincia.

 

CANICATTIWEB

Canicattì, successo per la presentazione del libro di Letizia Drogo sul rapporto tra giovani e alcol

Ha riscosso grandissimo successo la presentazione del libro “Per non berci la vita – I ragazzi e l’alcol: riflessioni, indagini ed alternative possibili” di Letizia Drogo, psicologa e psicoterapeuta che tocca il delicato tema del rapporto tra l’alcol e i giovani.

Di fronte a decine di studenti provenienti dall’II. SS. “Galileo Galilei” – Canicattì e dall’I.C. “Senatore Salvatore Gangitano” di Canicattì, accompagnati dai rispettivi docenti, si è sviluppato un dibattito a 360° al quale hanno contribuito diversi relatori.

Dopo i saluti del presidente dell’Associazione Athena Giovanni Salvaggio e l’intervento di due esponenti del Club delle Mamme, la presidente Mirella Salerno Guccione e Chiara Farruggia, il Responsabile Sanitario Mariella Di Grigoli ha introdotto e moderato i successivi interventi: l’Avv. Patrizia Amato si è soffermata sulle conseguenze penali della guida in stato di ebbrezza; il Direttore tecnico della Juventus Academy Diego Ficarra ha parlato del ruolo fondamentale dello sport quale veicolo per superare le devianze; Don Massimiliano D’Auria, il quale ha esordito affermando “Questa è la Canicattì che mi piace, la Canicattì che voglio”, ha illustrato ai ragazzi presenti come il vero divertimento è quello che si vive lontano dagli eccessi.

Non sono mancati momenti di riflessione, come quelli offerti dai ragazzi della III A dell’I.C. Gangitano, accompagnati dalla Prof.ssa Melania Curto che hanno realizzato una toccante performance teatrale (visibile sulla pagina facebook dell’Associazione) che ha commosso il pubblico presente; uno di loro, il giovanissimo Flavio, ha poi voluto leggere una propria riflessione sul valore della vita e sulla necessità di proteggerla da ogni tentazione. Anche i ragazzi dell’Istituto Tecnico Galilei, accompagnati dalla Prof.ssa Patrizia Marchese Ragona hanno partecipato all’evento ponendo alcune domande all’autrice del libro.

L’Associazione Athena ringrazia tutti gli intervenuti e dà l’appuntamento ai prossimi eventi.

 

IL FATTO ALIMENTARE

Nutrition Foundation of Italy: fondazione scientifica o lobby finanziata dalle aziende?

Dubbi su certe posizioni a proposito di alcol, zucchero e olio di palma

http://www.ilfattoalimentare.it/nfi-sponsor-lista.html

Antonio Pratesi

Nutrition Foundation of Italy (NFI) è un’organizzazione italiana no profit che fa da trait d’union tra “gli organi governativi, l’università e l’industria per contribuire allo sviluppo della ricerca scientifica, allo scambio di informazioni nel campo dell’alimentazione ed alla promozione di ricerche interdisciplinari”… La mission di NFI prevede un contributo “alla corretta informazione ed educazione alimentare dei consumatori, degli opinion-makers (es. media) e dei ricercatori/operatori in campo nutrizionale e sanitario”.

Per questo motivo spesso i lavori e le opinioni di NFI vengono ripresi dai quotidiani nazionali e accreditate come una fonte autorevole. La fondazione in 40 anni di attività ha prodotto diverse monografie, studi scientifici e ha organizzato interessanti convegni come quello di Stresa nel 2013 sull’indice/carico glucidico, che ha visto la partecipazione di importanti esperti mondiali tra cui D. Jenkins e W. Willet. Questa però è solo una parte dell’attività, il lato meno conosciuto ma altrettanto importante non viene mai raccontato.

In tutti i paesi al mondo il passaggio da un’alimentazione tradizionale a base di cibi semplici per lo più di origine vegetale a una ricca di prodotti preconfezionati e raffinati è associato a un incremento di malattie come obesità, diabete, carie oltre e problemi cardiovascolari. Ad esempio in Cina nel giro di pochi anni con il cambiamento dell’alimentazione vi è stata una esplosione dei casi di obesità e diabete. L’industria alimentare gioca un ruolo cruciale in questa transizione per la pressante proposta di alimenti ad alta densità energetica e molto attraenti, ricchi di zuccheri, grassi e sale.

Vista la correlazione tra penetrazione di questi prodotti e crescita dell’obesità e del diabete nei paesi sviluppati, le autorità sanitarie, in virtù del principio di precauzione dovrebbero informare i cittadini su cosa sia meglio bere o mangiare per preservare la salute e limitare queste malattie. Basterebbe consigliare di bere acqua al posto di bevande zuccherate, succhi di frutta e vino per contrastare in modo efficace molte delle malattie legate alla nutrizione. Purtroppo le campagne istituzionali di educazione alimentare sono poco diffuse, e la presenza continua di esperti e nutrizionisti in TV, alla radio a fianco di articoli su riviste o libri non aiuta molto. I consumatori vengono inondati ogni giorno da una pletora di informazioni che confondono le idee e rendono spesso inefficaci i messaggi più semplici. Ad esempio se il messaggio chiaro e semplice “Attenti alle bevande zuccherate”, viene affiancato da altri messaggi del tipo “Attenzione ai carboidrati”, “Attenzione al latte e latticini… alla carne, al glutine, alle merendine …” il messaggio iniziale che invita a “bere solo acqua” si perde diluito in una marea di slogan che disorientano e distraggono. Si viene a creare una situazione in cui le persone perdono i punti di riferimento (troppe informazioni = nessuna informazione) e l’industria alimentare può continuare indisturbata a proporre cibi sempre più irresistibili con un marketing aggressivo (1).

Dopo questa premessa, per capire la politica alimentare di una nazione bisogna focalizzare l’attenzione sul ruolo che hanno nutrizionisti ed esperti che fanno parte di istituzioni ministeriali, come il Comitato nazionale per la sicurezza alimentare alle dirette dipendenze del Ministero della salute, oppure di istituzioni pubbliche come il Crea – Alimenti e Nutrizione alle dirette dipendenze del Ministero delle politiche agricole. In questi ambiti si definiscono le campagne da portare avanti a livello nazionale. È quindi lecito ipotizzare che la presenza di esperti e nutrizionisti con evidenti conflitti di interesse in quanto collaboratori di aziende alimentari, possa condizionare l’impostazione e le decisioni strategiche, per esempio su questioni come l’olio di palma o lo zucchero. A volte la scelta “politica” può essere anche quella di non parlarne e quindi di non porre il problema, come è stato fatto su questi due argomenti. Un altro modo per portare avanti interessi aziendali camuffati da pareri scientifici è quello di finanziare direttamente o indirettamente fondazioni non profit, società scientifiche, progetti di ricerca, professori e opinion-leader che operano nel campo della nutrizione e dietetica tenendo il più possibile nascosto lo sponsor.

Il modello scelto negli Stati Uniti e in altri paesi europei da una parte dell’industria alimentare per promuovere e mantenere il consumo di alimenti ricchi di zuccheri, sale e grassi (junk food), è simile a quello dell’industria del tabacco, che ha manipolato l’opinione pubblica e la comunità scientifica per oltre 50 anni negando la nocività del fumo. L’industria dello zucchero bianco ha pagato 3 scienziati di Harvard negli anni ’60 per una pubblicazione su un’importante rivista medica che scagiona la polverina bianca come causa di malattie cardiovascolari e ha condizionato la ricerca (del National Institute of Dental Research) per distrarre l’attenzione dallo zucchero come principale causa di carie. L’operazione è riuscita talmente bene che a distanza di circa 50 anni medici e nutrizionisti dimenticano di dire che il modo più semplice per prevenire la carie nei bambini è ridurre il consumo di caramelle, dolci, merendine, soft drink, soprattutto fuori pasto.

In Italia la situazione è confusa, perché il conflitto di interessi è molto diffuso nell’ambito alimentare ma nessuno ne parla volentieri e si tende a nasconderlo il più possibile. Un anno fa Coca-Cola ha diffuso i nomi delle società scientifiche, di nutrizionisti e professionisti che hanno ricevuto donazioni negli ultimi anni. Il Fatto Alimentare ne ha pubblicato l’elenco. Nella lista mancavano però i nomi di persone che pur avendo ricevuto elargizioni non hanno autorizzato la diffusione del loro nome. Nella lista potrebbero esserci nutrizionisti e/o professori universitari, anche famosi, che fanno divulgazione oppure sono consulenti di commissioni governative e grandi aziende del settore dolciario. Si tratta di personaggi che pur avendo ricevuto soldi dalla Coca-Cola non dichiarano il conflitto d’interesse.

Una delle fondazioni che ha ricevuto dalla Coca-Cola 30 mila euro per sei anni (oltre 180 mila euro) è la Nutrition Foundation of Italy (NFI) analoga dell’inglese British Nutrition Foundation (BNF). La differenza tra la fondazione inglese è quella italiana è che la prima da diversi anni pubblica nel sito i nomi delle industrie finanziatrici, mentre la seconda non riporta la lista degli sponsor, come faceva diversi anni fa. Ringraziamo il presidente di NFI Andrea Poli che ci ha comunicato l’elenco delle 17 industrie sostenitrici. Ogni impresa versa circa 30 mila euro, per un totale annuo che si avvicina a 450-500 mila euro. La lista comprende: Barilla, Beneo, Big del gruppo Lactalis Italia, Bolton Alimentari, Branca Distillerie, Davide Campari, Coca-Cola, Danone, Soremartec del gruppo Ferrero, Citterio, Granarolo, Heineken, Indena, Mondelez Italia Services, Montenegro, Nestlé Italia, Parmalat. Nella lista (e anche nel budget annuale) mancano le aziende che pagano NFI per l’attività di consulenza o per ricerche specifiche o documenti di consenso o position paper su argomenti che interessano. Considerando anche questo aspetto è lecito ipotizzare un fatturato complessivo annuale superiore ai 500 mila euro.

Un particolare che colpisce sfogliando il sito di NFI è il gran numero di studi citati a favore dell’uso di bevande alcoliche. Nel 2013 NFI ha pubblicato un documento di consenso che concludeva con una frase ambigua :“Moderation in drinking and development of an associate lifestyle culture should be fostered” (La moderazione nel bere e lo sviluppo di una cultura associata a questo stile di vita dovrebbero essere promossi). Questa frase è stata interpretata come un invito ad un moderato consumo di alcol e per questo criticata da un gruppo di esperti sui problemi correlati all’alcol. (*) In una pubblicazione più recente (De Poli e Visioli) si afferma che non ci sono evidenze per consigliare una completa astinenza da bevande alcoliche in bevitori moderati, che la tassazione di bevande alcoliche non sembra una soluzione efficace (2) e infine “it appears convenient to educate consumers and health professionals on the appropriate use of alcoholic beverages, within the framework of a healthy lifestyle” (Sembra conveniente educare i consumatori e gli operatori sanitari sull’uso appropriato delle bevande alcoliche, all’interno di uno stile di vita sano) (3). Forse non è sbagliato pensare che queste posizioni siano “influenzate” dalla presenza tra i soci finanziatori di NFI di quattro grandi aziende produttrici di bevande alcoliche.

NFI ha pubblicato pochi mesi fa una documento di consenso sul problema dell’olio di palma utilizzato fino a due anni fa da aziende importanti come Ferrero, Barilla, Nestlé, Mondelez… Nella sostanza si dice che l’olio tropicale ha un rischio simile a quello di altri grassi saturi vegetali (ad esempio il burro), che il consumo in Italia è contenuto e quindi non rappresenta un problema prioritario nell’ambito della nutrizione (4). Per quanto riguarda l’impatto ambientale (deforestazione) e il rischio tossicologico legato alla formazione di sostanze cancerogene durante il processo di lavorazione, si è scelto di non parlarne. Forse non è sbagliato pensare che queste posizioni siano “influenzate” dalla presenza tra i soci finanziatori di NFI di grandi aziende come Barilla (Mulino Bianco), Ferrero (Nutella e Kinder), Nestlé e altri marchi, molti dei quali usavano fino a un anno fa olio di palma nei loro prodotti.

Un altro punto critico nel sito NFI è l’argomento “zucchero o zuccheri semplici aggiunti”. L’OMS, negli ultimi anni, basandosi sulla letteratura scientifica punta sempre di più il dito contro gli zuccheri aggiunti nella dieta, sia per contrastare il sovrappeso/obesità, sia per prevenire la carie dentaria (5). NFI ha raccolto nel sito diverse pubblicazioni che tendono a minimizzare il ruolo degli zuccheri semplici (aggiunti nella dieta) sulla salute. La stessa NFI ha condotto uno studio (finanziato dalla Coca-Cola) che evidenzia come negli adulti italiani il consumo di zuccheri semplici è nel complesso contenuto, e non influenza il peso. Il presidente della NFI nel 2014 ha pubblicato un’intervista ad un professore anglosassone dove si afferma la non esistenza di una relazione diretta tra zucchero o fruttosio e obesità. Quanto al problema del rapporto zucchero/i e carie: il sito praticamente non ne fa menzione. Forse non è sbagliato pensare che queste posizioni siano da collegare alla  presenza tra i soci finanziatori di NFI marchi colossi alimentari come Barilla (Mulino Bianco), Ferrero (Nutella e Kinder), Nestlé e altre aziende che usano molti zuccheri nei loro prodotti.

I contributi alla NFI da parte delle aziende vengono definiti “incondizionati”, si tratta di una formula standard, per indicare che gli oltre 500 mila euro l’anno ricevuti dai finanziatori non condizionano l’attività e le pubblicazioni. Ma l’unico modo per essere indipendenti è di rifiutare finanziamenti da chi vende prodotti non salutari, ed essere disposti a dichiarare pubblicamente i conflitti di interesse (cosa che i nutrizionisti in genere in Italia non fanno). Oltre a ciò bisogna aggiungere che quando NFI viene intervistata su tematiche alimentari, non viene mai indicato l’evidente conflitto di interessi. La fondazione è considerata da molti giornalisti e anche dai lettori una fonte scientifica autorevole e indipendente.

Dobbiamo sempre ricordare che l’industria alimentare con la promozione di alimenti ricchi di zuccheri, grassi, sale e alcol è una delle cause più importanti dell’incremento di malattie come l’obesità, il diabete, la carie dentaria e l’abuso di alcol… Chi riceve soldi dall’industria alimentare è bene sia allontanato da commissioni governative che redigono linee guida, ma per far questo bisogna anzitutto obbligare a rivelare sempre i conflitti di interesse anche quando si rilasciano semplici interviste alla TV, radio o nel più piccolo giornale locale.

 

L’autore dichiara di non avere alcun conflitto di interessi.

Note:

James W.P.T.: (quando entriamo in un supermercato) solo un 5% delle nostre scelte sono prese con cognizione di causa.

Gli addetti ai lavori che conoscono il problema alcol (medici, psicologi che operano nei SerAT) ci insegnano che assumere sostanze alcoliche anche moderatamente è comunque un comportamento a rischio. Quindi è corretto da parte di tutti i medici informati avvertire i bevitori moderati di questo rischio e suggerire un’opzione più sicura: bere acqua.

In realtà alcuni studi indicano che la tassazione delle bevande alcoliche riduce il consumo sia nella popolazione generale che in alcuni gruppi ad alto rischio.

Numerosi articoli sul Fatto Alimentare hanno messo in luce alcune criticità dell’uso di olio di palma soprattutto nei bambini.

Ancor oggi anche nei paesi industrializzati nonostante si adottino le migliori misure preventive per contrastare la carie dentaria (acque addizionate di fluoro, dentifrici al fluoro…) più sono gli zuccheri semplici aggiunti/distribuiti nella dieta e maggiore è l’incidenza di carie.

 

(*) Nota: eccoli qua http://www.nmcd-journal.com/article/S0939-4753(13)00239-1/fulltext

 

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