Rassegna del 5 Ottobre 2016

A cura di Alessandro Sbarbada, Guido Dellagiacoma, Roberto Argenta

ANSA

In Europa aumentano morti per l’alcol

Negli ultimi 25 anni +4%.Ma Italia virtuosa, con i minori consumi

03/10/2016 - I morti dovuti all'alcol in Europa sono aumentati del 4% negli ultimi 25 anni, nonostante una leggera diminuzione nei consumi. Lo afferma uno rapporto dell'ufficio europeo dell'Oms, secondo cui l'Italia, insieme agli altri paesi del Mediterraneo, ha i valori più bassi del continente. L'analisi è la prima a raccogliere i dati di tutti i paesi dal 1990 al 2014. Il consumo tra gli adulti nella regione è passato da 12 litri l'anno di alcol puro a poco più di 10, e si conferma come il più alto al mondo, con la media globale che non supera i 6 litri. Per l'Italia il trend è in forte discesa, e se all'inizio del periodo considerato nel nostro paese la quantità era simile alla media europea dopo 25 anni si è portata poco sopra 8. E' stato proprio il calo nei paesi del Mediterraneo, che hanno un andamento molto simile, a spingere verso il basso la media europea, mentre soprattutto nell'est i consumi aumentano. Questo si riflette nel dato sulla mortalità, che vede i paesi del sud Europa con 197 morti per milione di abitanti dovuti a questa causa, mentre la media europea è 527 mentre per i paesi dell'est è addirittura 1424. "Il rapporto mette in luce la necessità di politiche per contrastare i consumi - concludono gli autori -. Ridurre la disponibilità, aumentare la tassazione e rafforzare i bandi al marketing e alle sponsorizzazioni sono opzioni dall'efficacia dimostrata e costi ragionevoli". 

 

RIMINITODAY

Alcol e giovani. Paura e coraggio

04-10-2016 - Ma come arriva il coraggio per smettere di bere? Gli ex alcolisti lo sanno bene, tutto dipende solo da una cosa: “essere pronti a guardarsi dentro e riconoscersi”. Un solo gesto di compassione per se stessi, per vedere il proprio problema senza più finzioni. Accettarsi. “Solo da quel momento si può davvero pensare di ricominciare sul serio”.

Sguardo ingenuo e volto fanciullo, Fortunato ha 35 anni e due spalle da uomo. Un sorriso generoso che trasmette sicurezza. E’ il sorriso di chi ha smesso di avere paura. Un cenno col capo, una battuta per sciogliere il ghiaccio poi lo sguardo si fa più serio, quasi a focalizzare subito il motivo perediamo. Non è una chiacchierata informale ma un’intervista personale. Il ragazzo ha capito bene che non si tratta solo di raccontare una storia. Pensa agli amici che ancora non ce l’hanno fatta. A tutti quelli che credono sia impossibile smettere di bere. Anche lui l’ha pensato per troppi anni. Non si giustificherebbe in altra maniera la motivazione e la dignità con cui inizia a raccontare, riuscendo a spogliarsi di qualsiasi remora e mostrando tutti i suoi fantasmi.

Nessun trauma iniziale come giustificazione. I ragazzi, anche giovanissimi, oggi iniziano a bere in uno stato di sconcertante e banale normalità. Anche per Fortunato non ci sono state attenuanti, se non quella di riempire un vuoto. L’incomprensibile senso del nulla con cui troppo spesso hanno a che fare gli adolescenti. “Ho iniziato a bere nella mia adolescenza un po’ come tutti, fra amici, per imitazione, per farmi accettare, illudendomi di migliorare i rapporti. Poi ho continuato a bere fino a perderli tutti”. Fortunato ripercorre velocemente con la memoria tutti i momenti in cui, con uno sguardo o una parola, ha capito di aver deluso o perso qualcuno. Uno stato di solitudine che cresce insieme all’attaccamento alla bottiglia.

Non solo amici persi ma anche lavori andati in fumo. Tanti. Troppi. La seconda possibilità che diventa terza, poi quarta, quinta e così via, quella che per tanto tempo non è mai riuscito a cogliere. “Finché non lo guardi da fuori, non ti rendi conto quanto la dipendenza dall’alcol possa condizionare la tua vita. Hai sempre l’illusione di poterla controllare, ma non mai così”. Il trauma della perdita del papà non serve a scuoterlo e non migliora la situazione anzi diventa giustificazione e gli fa da attenuante per continuare a bere. Nonostante la giovane età, brucia le tappe della dipendenza e, come tanti coetanei, non tiene conto che iniziare da giovane a consumare alcol aumenta paurosamente il rischio di abuso e di assuefazione. “Avevo perso completamente il controllo della mia vita”, ammette con una voce fioca ma piena di consapevolezza. Il grave lutto provoca comunque decisioni drastiche nella famiglia. Non ci sono più motivi per rimanere in quella città. Così la sua mamma, che cerca in ogni modo di aiutarlo, decide di trasferirsi a Rimini, dove ci sono più possibilità di trovare lavoro.

A Rimini è il Ser.T è la struttura sanitaria dell’Ausl Romagna, che si occupa delle dipendenze patologiche garantendo la prevenzione, il trattamento e la cura dei disturbi da uso ed abuso di alcol, oltre che di altre forme di dipendenza. Dai dati del 2015, messi a disposizione dalla struttura sanitaria riminese, si legge che il consumo incongruo di alcol interessa il 29 % dell’utenza totale in trattamento presso il Sert, cioè 408 pazienti su un totale di 1.407. Tra questi sono 14 (cioè il 3,4 %) i giovani con un’età inferiore ai 30 anni, mentre il 33,1% appartiene alla fascia 50–59 anni, con un’età media pari a 48,5. La bevanda prevalente è il vino (soprattutto per i soggetti ultracinquantenni) a cui segue la birra e i superalcolici. La metà dei pazienti ha iniziato a fare abuso di alcol prima dei 30 anni e ha continuato anche dopo la presa in cura del sistema sanitario.

Anche per Fortunato è stato così, il trasferimento nella città turistica non è servito a molto. Sua madre inizia come cuoca in un albergo, ma lui rimane ancora preda di facili distrazioni. La città offre delle opportunità ma anche mille tentazioni e lui si lascia andare di nuovo. Inizia ad isolarsi e perdere il contatto con la realtà. Ma se esistono gli angeli, quello di Fortunato abita proprio a Rimini e si chiama Erika. Un incontro improvviso, inatteso, che scuote la vita del ragazzo. I due giovani si conoscono si frequentano, s’innamorano e dopo qualche tempo decidono di vivere insieme. Lei lo aiuta a ritrovare serenità e un po di equilibrio e, tramite conoscenti che prendono a cuore la loro storia, riesce a trovargli anche un lavoro. Fortunato vuole cogliere questa ennesima opportunità e cerca di impegnarsi davvero, ma ancora non è libero dai legami della dipendenza, perché non ha ancora preso seriamente la terapia proposta dal SERT. Ammette: “tutto sembrava bello ma per me il lavoro voleva dire anche più soldi e quindi più bere”. E così ogni volta che rimane da solo ricade di nuovo nel baratro, perché quando si è affetti da alcolismo si continua a bere, anche se si conoscono perfettamente le conseguenze dal punto di vista della salute, del lavoro, economico e sulle proprie relazioni personali. Non passa tanto tempo che perde anche questo lavoro e la situazione precipita.

Inizia a bere negli orari più impensati da solo, senza mangiare. Di nascosto. Finché anche Erika, per farlo reagire, si allontana da lui. E’ il momento più basso della sua vita: da solo, senza un lavoro, senza un soldo, senza una casa. Prima dorme alla Caritas, poi in stazione, per strada, sembra davvero la fine.

Dal confronto dei numeri del Ser.T., tra i dati del 2015 e quelli degli anni precedenti, si nota un aumento degli alcolisti proprio tra i disoccupati, i lavoratori precari e gli stagionali, fra questi troviamo anche un aumento della patologia per le donne, i residenti e coloro che hanno una dimora stabile. Mentre invece sono in leggera diminuzione i nuovi utenti, gli stranieri, i giovani sotto i 30 anni d’età, coloro che vivono con la famiglia d’origine, gli operai e quelli con bassa scolarizzazione. Quasi tutte le testimonianze di ex alcolisti coincidono spesso in un unico passaggio, cioè la perdita della capacità di riconoscere la quantità del consumo di alcol. Si passa dal consumo occasionale di alcol al consumo giornaliero, al consumo fuori dai pasti fino al consumo al rischio per la salute, senza rendersi mai realmente conto che, per ciascuna di queste fasi, corrisponde un livello di dipendenza. Spesso bisogna arrivare proprio alla fine, cioè al rischio di perdere la vita stessa per trovare la forza di reagire.

E’ accaduto così anche per Fortunato. Un giorno, risvegliatosi in ospedale, prende coscienza di se e dice basta. A causa del bere si era addormentato al freddo ed era andato in ipotermia. Questa volta forse riesce a riconoscersi ed accettarsi davvero. Si reca di nuovo al Centro alcol di Rimini, dove ormai lo conoscono da tempo e urlando minaccia i medici di non andare via finché non lo aiutano. “Noi ci siamo – si sente dire con voce paterna dallo psicologo, che ha da anni a cuore il suo caso – ma solo tu puoi davvero aiutarti, e adesso non puoi farcela da solo. Hai bisogno di qualcuno anche a casa che ti assista nel percorso della terapia”. Fortunato ha bisogno ancora del suo angelo. Rispunta Erika che, con una sola telefonata, torna da lui. I due ragazzi si guardano, adesso gli occhi sembrano più veri e lei decide di aiutarlo ancora. E’ la volta buona.

Fortunato non tocca più un bicchiere. Non ci sta ad essere visto solo come un bevitore perché sa bene di non essere così. “Io non sono il mio vizio”, ripete continuamente a se stesso. Le cose migliorano gradualmente. Mesi di terapia e lucidità, il ragazzo si riprende completamente la sua vita e non ha più paura. Adesso è davvero pronto per cercarsi un lavoro.

Ma Rimini non è solo turismo ed eventi, c’è anche una rete sociale fortissima che unisce, in una collaborazione proficua, le strutture sanitarie con gli operatori sociali. Professionisti della solidarietà che da anni lavorano nel silenzio e consolidano la rete sociale del territorio. “Un giorno, in una delle mie visite di controllo, – ricorda Fortunato – il dottore mi suggerì di fare domanda di lavoro in una cooperativa sociale che era in contatto permanente con il Ser.T. Sapevo che era la mia carta jolly, la mia ultima possibilità. Tante ne avevo perse, ma adesso ero lucido e libero per fare davvero sul serio”. Al colloquio di lavoro il ragazzo incontra Nicola, che diventa un altro punto di riferimento per la sua vita. Capisce che il lavoro, prima che sostegno economico, può essere rivincita, leva di riscatto e un altro motivo per tenere alta la guardia dal rischio della ricaduta. Il ragazzo ricorda bene ciò che il Responsabile degli Inserimenti gli dice nel suo primo incontro,: “bisogna stare attenti perché col passare del tempo il rischio della ricaduta è molto alto e dopo è ancora più difficile rialzarsi”. “Ancora adesso – ribadisce il ragazzo – sono le parole che mi ritornano in mente e che mi danno la voglio e la forza di andare avanti. Smettere di bere è stato davvero difficile per me ma adesso, a distanza di anni, mi sento una persona nuova, posso camminare a testa alta e concentrarmi sulle cose importanti”.

Emiliano Violante

 

PRIMADANOI

UBRIACO MINACCIA CON COLTELLO MOGLIE E FIGLIE

PESCARA, 3 Ottobre 2016  - Ubriaco minaccia con un coltello la moglie e le due figlie. Per questo motivo un pescarese di 50 anni e' stato arrestato dalla polizia per maltrattamenti in famiglia. L'episodio e' avvenuto nella notte tra sabato e domenica scorsi in un appartamento di via Lago di Capestrano, a Pescara. Giunti sul posto, gli agenti della squadra Volante hanno trovato l'uomo che, ubriaco e armato di coltello, stava minacciando la figlia 25enne, accorsa in aiuto della madre. Il 50enne se l'e' presa anche con i poliziotti, ma e' stato arrestato. Recentemente l'uomo era stato denunciato dalla moglie per le continue vessazioni subite da lei e dalle figlie, una delle quali minorenne e disabile.

 

VANITYFAIR

«I miei 30 anni da alcolista»

Anche sulle bottiglie dei superalcolici potrebbero comparire immagini e scritte choc, come quelle dei pacchetti di sigarette: la Commissione Europea sta valutando nuove misure contro l'alcolismo. Un ex alcolista ci ha spiegato che la terapia più efficace, per lui, è stata il dialogo con chi aveva vissuto la stessa esperienza

In Irlanda, le etichette sulle bottiglie dei distillati mettono in guardia sui rischi dell’alcolismo. E, forse, immagini choc o avvertimenti allarmanti, sulla linea di quelli già stampati sui pacchetti di sigarette, potrebbero comparire anche nel resto dell’Europa, sulle confezioni dei superalcolici.

La Commissione europea ha spiegato che le politiche comunitarie metteranno in campo «altri mezzi» per chi è dipendente dall’alcol. All’«inizio 2017», come ha spiegato il commissario per la Salute e la sicurezza alimentare, Vytenis Andriukaitis, sarà presentata la proposta per «migliorare l’etichettatura»: non solo ingredienti e calorie, ma anche altri avvisi espliciti, perché «chi tende a ubriacarsi non cambierà abitudini per l’indicazione di calorie in etichetta».

Ma un alcolista anonimo, che ha vinto la sua dipendenza dall’alcol, ci ha spiegato che non è bastata la consapevolezza dei pericoli per la salute a farlo smettere: per lui la terapia più efficace è stata il dialogo con chi aveva vissuto ed era riuscito a lasciarsi alle spalle la sua stessa esperienza.

«Se non fosse stato per le lacrime di mia moglie e per la caparbietà del mio medico, non mi sarei salvato all’alcol. Ne ero dipendente da quando avevo 20 anni, e lo sono stato per una trentina. All’inizio la bottiglia era stata una piacevole compagna di viaggio: bevevo con gli amici, durante il fine settimana. L’alcol mi aiutava a vincere la timidezza e a risultare più brillante, in società e con le donne. Il mio fisico reggeva bene.

Poi l’alcol è diventato il rifugio dove nascondevo i miei problemi. Avevo un’ambizione sfrenata, sul lavoro: mi proponevo obiettivi irraggiungibili, e se non li raggiungevo mi sentivo profondamente deluso. Bere mi aiutava. E quando la bottiglia ha cominciato a dominarmi, sono diventato un alcolista. Non importa quanto e cosa bevi, ma quello che ti succede quando hai bevuto: è alcolismo quando non si riesce a smettere, quando il primo bicchiere tira il secondo, e così avanti. Senza riuscire a scegliere. È come un fiammifero lanciato sulla benzina.

Da giovane avevo una tolleranza fisica elevata, ma a mano a mano che passavano gli anni, meno alcol produceva lo stesso effetto. Lavoravo ancora, ma è facile immaginare come. Ho iniziato a collezionare fallimenti. Spaccavo macchine, sprecavo denaro, mettevo a rischio la relazione con la mia famiglia. E non ascoltavo quelli che provavano a consigliarmi di darmi una regolata: mi alteravo, non sopportavo le loro parole.

L’alcol mi serviva per superare l’ansia, la timidezza e le frustrazioni, ma all’alcol delegavo anche i momenti che potevano essere felici: se andavo a una festa, se celebravo una ricorrenza, se partecipavo a un matrimonio prendevo in mano il bicchiere e non lo mollavo più.

Mia moglie è stata l’ancora di salvezza. Ha sopportato tutti i dolori che le ho dato, e con una resistenza eroica è rimasta con me. Ha parlato al mio medico, che ha provato a farmi ragionare. Io negavo e lui mi ha messo alle strette prescrivendomi una serie di esami: i valori del fegato erano tutti alterati. “E’ il caso che si faccia aiutare”, mi ha detto.

Così, nel 2000, sono entrato nella Alcolisti Anonimi, e da quella sera non ho più bevuto. Ho capito che cosa mi stava succedendo, grazie alle persone del gruppo. Sapevano di che cosa stavano parlando, avevano provato loro stessi, avevano esperienza.

Ho capito che il mio non era un vizio: il vizio dà piacere e si riesce a controllare, invece quella che mi stava distruggendo era una dipendenza. Mi hanno proposto di rimanere senza bere per 24 ore, nulla di più: una sfida che potevo superare con la forza di volontà. Accettai, pensando: “Domani faccio quello che voglio”. E invece ho resistito ancora, e ancora. Non programmi a lunga scadenza, ma obiettivi giornalieri: il gruppo mi proponeva soluzioni che si rivelavano efficaci, era come una palestra che mi dava la carica, e la condivisione mi aiutava a raggiungere, senza bere, i giorni successivi.

Poi si comincia ad ammettere che la vita era diventata insostenibile, e si intraprendono diverse tappe che indicano una via progressiva di uscita. Ma vivere senza alcol significa anche rimettere a posto la propria vita, e questa è la cosa più difficile. Perché bere è come una stampella a cui ci si aggrappava, e a cui bisogna imparare a sostituire i veri valori spirituali, morali, comportamentali.

Ho cominciato a osservare con lucidità i miei difetti di carattere, a riappacificarmi con le persone che avevo attorno: volevo diventare responsabile della serenità mia e di chi mi circondava. E poi trasmettere quel messaggio alle altre persone. Perché è grazie a chi mi è stato vicino, mia moglie prima e i compagni del gruppo dopo, se ho potuto liberarmi di quel padrone, sempre più esigente e spietato».

 

ASAPS

Gli ritirano la patente per 8 volte, la Procura chiede la revoca del documento

Il 52enne è sempre stato pizzicato ubriaco al volante ma, tutte le volte, è potuto tornare al volante

Mercoledì, 05 Ottobre 2016 - Una lunga serie di sanzioni, dal 1999 ad oggi, per essere stato pizzicato ubriaco al volante. Tutte le volte, al 52enne riminese è stata ritirata la patente ma, al termine del periodo di sospensione imposto dalla legge, è tornato in possesso del documento di guida. In totale sono state 8 le occasioni per cui le forze dell'ordine, al termine della soffiata di rito nell'etilometro, hanno sorpreso l'uomo residente a Coriano ma originario di Pescara al di sopra dei limiti consentiti dalla legge. Questa volta, però, la Procura della Repubblica di Rimini a fronte dell'ennesima infrazione ha chiesto per il 52enne la citazione diretta a giudizio e, in caso di condanna, rischia la revoca definitiva della patente.

Tommaso Torri da riminitoday.it

 

Nora ASAPS: ecco in questi casi forse sarebbe meglio pensare alla revoca della libertà per qualche mese. In molti stati vanno dentro alla prima, magari per pochi giorni, giusto il tempo di riflettere un po’.

 

ASKANEWS

Ubriaco in volo 1 su 7 dei giovani stranieri che vengono in Italia

Sondaggio Jetcost: la maggior parte ammette di bere in aeroporto (*)

Roma, 4 ott. (askanews) - Tra i giovani turisti stranieri che vengono in Italia, uno su sette ammette di essere ubriaco già durante il volo. E' il risultato di un sondaggio del motore di ricerca di voli e hotel Jetcost tra i giovani utenti stranieri che cercano destinazioni italiane. La maggior parte di loro ha motivato l'eccesso di alcol per l'euforia da viaggio e l'esaltazione per la meta della vacanza. E il 35% dei passeggeri, secondo la stessa ricerca, ha detto di sentirsi a disagio quando ci sono passeggeri sbronzi a bordo del proprio aereo.

La ricerca condotta da Jetcost fa parte di uno studio sugli aeroporti e sulle abitudini di viaggio dei passeggeri fino ai 18 anni che volano verso l'Italia. Inizialmente, è stato chiesto agli intervistati quanto tempo prima del loro volo si recano in aeroporto. Il risultato è stato che in media arrivano 3 ore e 52 minuti prima della partenza. La domanda seguente è stata su come impiegano il loro tempo libero in attesa del volo. La risposta più diffusa è stata "Bevo alcol", seguita da "Vado nei negozi dell'aeroporto", "Mi siedo e aspetto di imbarcarmi", "Mangio" e "Ho appena il tempo per check-in e imbarco". Quando poi gli è stato chiesto di parlare delle proprie abitudini durante il volo, uno su sette ha ammesso di essere stato ubriaco. La metà, con precisione il 49%, ha detto di aver iniziato a bere in aeroporto prima di imbarcarsi, il restante 51% ha detto di aver iniziato a bere in aereo.

A coloro che hanno ammesso di essere stati "alticci" in volo, è stato chiesto il motivo; le risposte più frequenti sono state: "Perché ero euforico per la destinazione della vacanza" e "Per cercare di passare il tempo". Inoltre, un terzo degli intervistati, il 35%, ha spiegato di essersi sentito a disagio o leggermente nervoso quando gli è capitato di accorgersi che sul proprio volo c'erano uno o più passeggeri ubriachi.

 

(*) Nota: con tutte le misure di sicurezza adottate negli aeroporti, non ha senso vendere e somministrare alcolici. E’ chiaramente una questione economica Il problema verrà superato quando i costi dei guai alcol correlati supereranno i guadagni.

 

L’OPINIONE

“Nuoce gravemente alla libertà”

di Istituto Bruno Leoni

05 ottobre 2016 - La settimana scorsa, un disegno di legge irlandese per la limitazione del mercato degli alcolici ha ricevuto il plauso del commissario europeo alla salute. La proposta del governo irlandese comprenderebbe, tra i vari vincoli, l’introduzione di immagini che ammoniscano sui rischi per la salute.

Come già avvenuto per le avvertenze sui pacchetti di sigarette, potrebbe rappresentare secondo il commissario europeo lo spunto per introdurre obblighi uniformi per i Paesi membri. Circa gli effetti dell’intromissione dello Stato nello stile di vita delle persone, l’esperienza del proibizionismo dovrebbe averci insegnato qualcosa: il consumo di alcol resta quello che è, in compenso cresce il contrabbando e i relativi profitti per il crimine organizzato.

L’imposizione di immagini “forti” sulle etichette delle bottiglie non è la stessa cosa del divieto di consumo, certamente. Si dirà che l’uso di immagini scioccanti è destinato ad arginare l’abuso, e non il consumo. Gli effetti sanitari dell’uno, e non dell’altro. Il bicchiere di whisky la sera prima di andare a dormire non equivale a una bottiglia già lasciata a metà all’ora del cappuccino. Ci sono abitudini innocue, nella vita, che possono diventare vizi. Ma nessun vizio dovrebbe diventare un crimine. Uno Stato che ritiene, al contrario, suo dovere indirizzare le persone a un “corretto” stile di vita, imponendo divieti pubblicitari, limitando le vendite o anche solo introducendo avvertenze per la salute, non solo non ha fiducia nei suoi cittadini, nella loro capacità di autocontrollo e di discernimento, ma è convinto di sapere quel che è meglio per loro, e di doverglielo insegnare.

L’abuso di alcol può avere conseguenze spiacevoli, e indurre a comportamenti deleteri. Nel caso in cui si arrechi danni al nostro prossimo, ad occuparsene sono le norme, che già ci sono, e l’amministrazione della giustizia. Nel caso in cui si arrechi danno a se stesso, c’è la valutazione personale dei costi e dei benefici delle nostre scelte di vita. La libertà non esiste, se non manteniamo uno spazio per decidere autonomamente, ciascuno di noi, della propria vita. Iniziative all’apparenza innocue, e senz’altro dettate dalle migliori intenzioni, quello spazio lo erodono giorno dopo giorno. (*)

 

(*) Nota: le droghe, quindi anche l’alcol, sono pericolose anche perche interferiscono con la capacità di autodeterminarsi. Sicuramente in modo molto più pesante e rischioso di quanto possa essere una scritta di avvertimento.

 

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