Rassegna del 4 Ottobre 2016

A cura di Roberto Argenta, Guido Dellagiacoma, Alessandro Sbarbada

 

LA VOCE DEL TRENTINO

Contrasto consumo di alcol tra i minori: parere negativo di Olivi sul ddl

Il disegno di legge 78 di Manuela Bottamedi che reca misure di contrasto al consumo di alcol tra i minori passerà direttamente alla discussione in aula.

Lo ha deciso la Commissione, facendo proprio l’orientamento della stessa proponente, dopo l’ascolto del parere dell’assessore Olivi in rappresentanza della Giunta provinciale

L’assessore competente Alessandro Olivi ha espresso preliminarmente apprezzamento per le finalità del documento. Tuttavia la proposta si sovrappone di fatto a norme già esistenti.

Laddove il disegno di legge prevede incentivi agli esercizi commerciali che escludono l’alcol, Olivi ha ricordato che nella modifica alla legge sul commercio il tema fu già affrontato e vennero introdotti appositi strumenti premianti e di incentivazione ad attività di questo tipo: per la parte incentivi non si tratterebbe propriamente di un parere negativo, dal momento che la norma è già dentro l’attuale batteria degli strumenti d’incentivazione di attività di questo tipo.

Dunque bene un raccordo tecnico, un richiamo, ma non apposite misure di fatto già ricomprese in quelle esistenti. Per la parte che riguarda il settore formazione ed educazione, le obiezioni riguarderebbero una difficoltà di inquadramento sistemico, oltre che della copertura finanziaria in base alla programmazione già in essere.

Indipendentemente dal merito, dunque, ha aggiunto Olivi “non siamo nella condizione di dare parere favorevole ad un disegno di legge che non potrebbe essere supportato nei fabbisogni finanziari”.

Altra questione prevista dal disegno di legge, l’inserimento di un marchio che rischia di essere persino penalizzante: abbiamo trovato e concordato con la proponente un modo di valorizzare questo tipo di attività d’impresa attraverso un logo.

Manuela Bottamedi ha osservato che si tratta di una legge “multicanale” con un unico obiettivo, il contrasto dell’uso dell’alcol tra i minori. L’obiettivo sarebbe perseguito attraverso 3 strumenti: la formazione, l’inasprimento delle sanzioni per gli esercizi commerciali, gli incentivi per le attività di questo tipo e la creazione di un marchio o logo.

C’è in effetti un eccesso di marchi, quindi bene la soluzione del logo, così anche sugli incentivi alle imprese la consigliera ha considerato la tesi della ricomprensione della propria proposta nella legge vigente. Il problema grosso a suo avviso riguarderebbe la parte formativa, ovvero la prevenzione che ha definito “il cuore di questa legge”.

C’è a suo avviso necessità di dare priorità nell’ambito di tutti i progetti a percorsi che attivino sani e corretti stili di vita, life skills di cui il bambino dovrebbe appropriarsi per gestire la propria esistenza in una vita sempre più complessa e difficile e il disegno di legge pone come prioritari i percorsi che mirano a questo tipo di obiettivi.

“Il piano della salute”, hanno precisato i funzionari provinciali del Dipartimento della Conoscenza presenti in Commissione, “comprende al suo interno azioni sull’età evolutiva e sull’educazione a sani stili di vita. In questo senso la legge sulla buona scuola ha modificato l’articolo in questione anche “sporcando” una legge di sistema e parlando di prevenzione delle dipendenze e dall’alcol, sia nei confronti delle famiglie che degli studenti”.

I consiglieri Cia e Viola hanno suggerito alla collega Bottamedi di prendere del tempo per approfondire il disegno di legge, magari attraverso un gruppo lavoro interno alla Commissione, allargato anche alla Giunta.

La consigliera del Misto ha optato per il rinvio della proposta all’aula, al fine di evitare il posticipo della discussione, già calendarizzato per la prima sessione di novembre. Interverranno nel frattempo incontri con assessori e tecnici per comprendere come riformulare la proposta e renderla almeno in parte accoglibile.

 

CORRIERE ADRIATICO

Pesaro, primi drink a soli 13 anni

9 ragazzi su 10 si ubriacano

PESARO - La grave sbornia con ipotermia della 17enne pesarese è solo la punta di un iceberg che segna il problema del rapporto tra i giovani e l’alcool. Due mondi sempre meno distanti come dimostrano alcuni studi del Dipartimento di prevenzione Asur, Area Vasta 1.

Analisi, rimedi e progetti, ma anche la ricerca dei perché i giovani consumano sempre più alcol. La prima evidenza è che analizzando il comportamento di 1.894 giovani di 17 anni, ovvero tutta la popolazione scolastica di quarta superiore della provincia di Pesaro Urbino, il 91,2% dei ragazzi (pari a 1.728) dichiara di aver bevuto alcolici. In aumento rispetto allo stesso studio ripetuto 5 anni fa, quando era l’88%. L’età della prima sperimentazione per l’8,2% degli intervistati è addirittura inferiore ai 13 anni, per il 33,7% avviene tra i 13 e i 14 anni, per il 48,5% dei ragazzi (la maggioranza) avviene tra i 15 e i 16 anni e infine per il 9,5% ad una età uguale o maggiore a 17 anni. Questo nonostante sia vietato vendere alcolici ai minori di 18 anni mentre al disotto dei 16 è un reato penale. Per il Dipartimento prevenzione Asur «si evidenzia sempre più la tendenza a “bere per ubriacarsi”, spesso consumando più bevande alcoliche in un breve intervallo di tempo attraverso modelli di comportamento che appaiono sempre più normalizzati dalle mode, dalla pubblicità, dalle tendenze sociali provenienti dai Paesi dell’Europa settentrionale. Tali comportamenti influenzano in particolare i giovani, sicuramente più esposti al rischio di consumo di bevande alcoliche considerate “trendy” e dal tasso alcolico anche elevato (cocktail, alcolpops)». 

 

ALTARIMINI.IT

Rimini, guida in stato di ebbrezza: fermato otto volte, 52enne rischia revoca patente definitiva

Dal 1999 al 2016 è stato multato otto volte per guida in stato di ebbrezza con relativo ritiro della patente. Recidivo, incosciente e pericoloso, ma ora la Procura di Rimini, a fronte di un'ennesima e identica infrazione al codice della strada, ha chiesto la citazione diretta a giudizio per il 52enne, originario di Pescara ma residente a Coriano di Rimini, perchè contravventore abituale. Dal 1999 ad oggi le normativa è cambiata, e anche se in passato l'uomo è riuscito a ritornare in possesso del documento di guida, stavolta con una condanna potrebbe rischiare la revoca definitiva.

 

IL RESTO DEL CARLINO

Otto volte ubriaco alla guida, rischia espulsione da bar e osterie

"Recidivo e pericoloso": il pm chiede misure drastiche per un 52enne

di Manuel Spadazzi

Rimini, 4 ottobre 2016 - Questa volta non rischia soltanto di dover dire addio, e per sempre, alla patente. Il giudice potrebbe condannarlo a un periodo di libertà vigilata, nonché vietargli di frequentare qualsiasi bar, ristorante e locale dove si vendano alcolici. Questo è almeno quello che chiederà il pm per il 52enne di Coriano a cui, a giugno, hanno ritirato la patente per guida in stato di ebbrezza per l’ottava volta in 17 anni. Se non è un record poco ci manca. E vista la mole di condanne collezionate per essersi fatto sorprendere ubriaco al volante, l’uomo ora potrebbe passare guai seri.

Il magistrato l’ha citato direttamente in giudizio, dopo aver messo mano sul suo fascicolo. Scoprendo che il 52enne, nato a Pescara e residente a Coriano, ha accumulato una serie incredibile di precedenti, sempre per lo stesso motivo: guida sotto gli effetti dell’alcol. Il primo episodio risale addirittura al 1999, quando l’uomo viene fermato a Pistoia per omissione di soccorso e guida in stato di ebbrezza. Due anni dopo ci ricasca subito: nel 2001 gli viene ritirata la patente a Rimini per guida in stato di ebbrezza. Nel 2002 viene fermato ubriaco al volante per la terza volta, a Pistoia. E poi altre cinque volte a Rimini: nel 2004, nel 2006, nel 2008, nel 2014 e infine (l’ultima) nel giugno di quest’anno.

La patente fino a oggi l’ha sempre salvata, nonostante gli sia stata sospesa così tante volte. Ma l’ultima volta in cui è stato fermato ubriaco, a giugno, dovrebbe essere veramente l’ultima per l’uomo. Il 52nne, difeso dall’avvocato Franco Ferrini, rischia non soltanto la revoca della patente, ma misure molto più dure essendo ormai un contravventore abituale del reato di guida in stato di ebbrezza. Il pm l’ha citato direttamente in giudizio, chiedendo di applicare una pena severa, vista la pericolosità e la recidività. Il giudice potrebbe così infliggergli un periodo di libertà vigilata e l’obbligo (per qualche tempo) di non frequentare più locali dove si vendono alcolici, oltre alla revoca della patente.

 

OMNIAUTO.IT

Multe da alcol, i giudici inchiodano i colpevoli

Tre sentenze che stangano gli ubriachi, non coinvolgere altri veicoli non basta ad evitare pesanti sanzioni

Guida in stato d'ebbrezza: per ben tre volte i giudici inchiodano i colpevoli, come già accaduto in passato. La prima sentenza è della Cassazione, la numero 38203/2016, e riguarda un guidatore che voleva evitare la super-multa sostenendo di aver sì causato un incidente, ma da solo, senza coinvolgere altri veicoli, essendo andato solo fuori strada. Tutto nasce dal Codice della Strada (articolo 186, comma 2-bis), secondo cui l'ubriaco al volante vede le sanzioni raddoppiate (3.000 euro) e subisce il fermo amministrativo del veicolo per 180 giorni. Qualora per il conducente che provochi un incidente stradale sia stato accertato un valore corrispondente a un tasso alcolemico superiore a 1,5 grammi per litro, la patente è sempre revocata. Per la Cassazione, un sinistro è "qualsiasi avvenimento inatteso che, interrompendo il normale svolgimento della circolazione stradale, possa provocare pericolo alla collettività, senza che assuma rilevanza l'avvenuto coinvolgimento di terzi o di altri veicoli". Quindi, andare a sbattere da ubriachi contro un muro, un palo della luce, un'altra macchina, oppure contro lampioni o cartelli.

Il problema alcoltest

Più controversa la questione ritiro della patente (tecnicamente "revoca") per guida con oltre 1,5 g/l e avendo causato un incidente. Da quando scatta? Un automobilista sosteneva che debbano passare tre anni da quando la sentenza passi in giudicato. Secondo il TAR Veneto (sentenza 1014/2016) l'interpretazione corretta del comma 3 ter dell'articolo 219 del Codice della Strada è un'altra: i tre anni si contano dalla data di contestazione della violazione. Ossia da quando la Polizia ferma l'ubriaco e gli fa il test. Viceversa, se si ritenesse valida la data del passaggio in giudicato della sentenza, si arriverebbe alla situazione paradossale di protrarre per chissà quanto tempo il periodo di inibizione alla guida: dipenderebbe da quanto tempo ci mettono i giudici a esprimersi. Va tuttavia segnalata anche una giurisprudenza di segno contrario: ci sono sentenza secondo cui i tre anni scattano da quando la vicenda giudiziaria finisce.

Con un'auto non di proprietà

Per gli ubriachi (oltre 1,5 grammi di alcol per litro di sangue), c'è la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente da uno a due anni. Se il veicolo appartiene a persona estranea al reato, la durata della sospensione della patente è raddoppiata. Con la sentenza di condanna (ovvero di applicazione della pena a richiesta delle parti), è sempre disposta la confisca del veicolo con il quale è stato commesso il reato, salvo che il veicolo stesso appartenga a persona estranea al reato. Ma cosa succede alla macchina se cointestata? Niente confisca, diceva un automobilista beccato ubriaco. Secondo la Corte d'appello di Trento (sentenza 125/15), "è assoggettabile a confisca il veicolo in comproprietà con un terzo in quanto la presunzione di assoluta pericolosità insita nella disponibilità del bene rimanga integra nel caso di comproprietà con persona estranea al reato". Quindi, il provvedimento scatta comunque.

 

INTRAVINO.COM

Avvertenze sulla salute: immagini choc sulle bottiglie dei superalcolici. In Irlanda lo stato etico fa sul serio

di Pietro Stara

L’Irlanda è già un bel pezzo avanti. O indietro, a seconda dei punti di vista: “Il governo di Dublino ha adottato a dicembre 2015 la proposta di legge sulla salute pubblica, notificata in Commissione a gennaio. Per le sostanze alcoliche inebrianti il provvedimento introduce divieti promozionali (no a pubblicità sui mezzi pubblici e loro fermate in prossimità di scuole), divieti di sponsorizzazione (per eventi per minori e adolescenti), prezzo minimo imposto (10 centesimi per ogni grammo di alcol in bottiglia), possibilità di divieti di vendita sottocosto «durante un periodo limitato» (happy hour). E soprattutto introduce l’obbligo di «avvertenze sulla salute». Il provvedimento è ancora in discussione a Dublino, ma ha già ricevuto il benestare di Bruxelles.” (Fonte: La Stampa del 2/10/2016).

Torna prepotentemente, insomma, la possibilità che le acque spiritose (alcolici) vengano equiparate al tabacco e che pertanto le etichette, su proposta dell’intransigente Vytenis Andriukaitis, possano contenere, in un futuro non lontano (la discussione dovrebbe aprirsi nel 2017 a livello Europeo), le simpatiche diciture “uccide”; “fa molto male a te, ma di più a tua suocera”; “ammazza più l’alcol dell’Isis”; e via di questo passo.

Fuor di burla, non adotterò qui ragionamenti retorici che potrebbero valere esattamente come i propri contrari. Non dirò, quindi, che vino, whisky, cognac, sono cultura, storia, alimentazione, convivialità, eccetera, perché risalgono ai tempi in cui Noè bevve nudo, oppure a quando il fratello John Cor e i monaci delle Highlands, qualche annetto più tardi (fine 1400), si ubriacarono vestiti o ancora, a stretto giro di posta (1600), al tempo in cui solerti olandesi si gettano a capofitto per portare migliorie all’alambicco di ripasso. Non lo dirò perché si può dire esattamente l’opposto, cioè che oggi (mannaggia la miseria) la gioventù e la senescenza preferiscono gli alcolici per stordirsi, per farsi del male e fare del male. Ma pure a quei tempi, figlie di Lot comprese (Genesi 19, 31 – 37). Non dirò nemmeno che farà male ai commerci e agli scambi, perché da queste parti, in realtà, si beve molto meno di qualche anno fa e non a causa delle etichette. Ma, poi, qualcuno di noi potrebbe osare tanto da affermare che il tabacco, ‘il cibo degli dei’ precolombiano, non sia alla medesima ragione cultura, storia, convivialità, simbolismo? E dissolutezza viziosa.

Quindi non dirò tutto questo e non esorterò alla giusta misura o all’αὐταρχία propugnata dai gaudenti cirenaici, al dominio di sé pur nell’appagamento del desiderio: ‘usare i piaceri ma senza esserne vinti’ o al ‘possedere senza essere posseduti’. Vi dirò, invece, ciò a cui rifuggo da cui discende quello che non sopporto: rifuggo l’idea di uno Stato etico, secondo la concezione hegeliana: “Lo Stato è la realtà dell’idea etica; lo spirito etico, in quanto volontà manifesta, evidente a se stessa, sostanziale, che si pensa e si conosce, e compie ciò che sa e in quanto lo sa.” (G. W. F. Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto).

Non sopporto, quindi, il fatto che un sistema, sedicente liberale, possa da una parte intimidire i propri sudditi su cosa non sarebbe giusto fare per sé e in sé, secondo un’ipostatizzazione etica che farebbe sorridere Pippo, Pluto e Paperino. Per, poi, con l’altra mano, guadagnare lautamente i lasciti fiscali di tanta aborrita pratica. Niente di peggio che sostenere ciò che non si vuole realizzare. Niente di peggio che scambiare le domande di senso e di modo: il “perché” con il “che cosa”. Ovvero perché chi sta male utilizzi un qualche cosa a rimedio del disagio. E ci toccherebbe discutere sul senso delle relazioni umane. (*)

 

LINKIESTA.IT

Giù le mani dai nostri vizi: le etichette su sigarette e alcol sono terrorismo di Stato

Dopo il tabacco, i superalcolici: l’Irlanda vuole introdurre le immagini shock sugli effetti dell’alcol anche sulle bottiglie di vodka e affini. Una concezione dello Stato anacronista e paradossale: che trasforma le democrazie liberali di cui ci vantiamo di appartenere in oligarchie morali

di Andrea Coccia

C'è una notizia preoccupante che viene dall'Irlanda. A quanto scrive La Stampa, infatti, «dopo i pacchetti di sigarette, le immagini choc potrebbero comparire anche sulle bottiglie dei superalcolici». Non c'è che dire, viviamo tempi strani e contraddittori. Mentre metà del mondo legifera contro i proibizionismi - ad esempio, alcuni Stati americani che legalizzano la marijuana - un'altra parte, in questo caso l'Irlanda li alimenta, puntando su tecniche da terroristi per “educare”, e le virgolette sono d'obbligo, i propri cittadini.

A partire dal 2017, quindi, su bottiglie di vodka, rum, whisky, sambuca, pastis, ma magari anche su bottiglie di vino e di birra, potrebbero comparire scritte come “Bere uccide”, “Bere provoca disfunzioni erettili”, abbinate a foto di visi deturpati, corpi compromessi, malati, in fin di vita, con l'obiettivo di instillare in noi cittadini-bambini incapaci di pensare alla nostra salute il terrore del bere o, per usare le parole dei burocrati, per “aiutare a essere consapevoli dei rischi” connessi all'uso e all'abuso di alcol.

Il paradosso è evidente. Dopo un Novecento passato a demolire lo Stato Etico e le sue ingerenze morali sui cittadini, questi primi anni Duemila li stiamo passando a diventare talebani. E, percorrendo autonomamente la strada verso nuovi proibizionismi, stiamo permettendo ai nostri Stati, quelli che quando si parla di geopolitica internazionale si autoproclamano Grandi Democrazie Liberali, di trasformarsi in Grandi Oligarchie Morali.

Certo, qualcuno - anzi, più di qualcuno - obietterà che l'abuso o l'uso sconsiderato di uno strumento o di una sostanza che comporti un danno al cittadino, comporta anche un danno allo Stato, essendo lo Stato un corpo sociale composto dall'insieme dei suoi cittadini. E qualcun altro aggiungerà che gli abusi di alcol e droghe comportano un costo sociale collettivo e che quindi lo Stato ha tutto il diritto di usare qualsiasi mezzo per farci smettere, o per imporci la continenza.

Entrambe le posizioni sono errate, tuttavia, e chi le sostiene, seppur in buona fede, sbaglia. Lo Stato è un patto tra cittadini che riguarda la vita pubblica e il rapporto tra essi, non, come queste infrazioni rivelano, un patto che riguarda i cittadini nel rapporto con sé stessi. È per questo che accettiamo di delegare l'applicazione della violenza allo Stato, ma non possiamo accettare con la stessa leggerezza il delegare l'applicazione della morale. Hegel, quando diceva che “lo Stato è la realtà dell’idea morale” si sbagliava e di grosso.

“Dopo un Novecento passato a demolire lo Stato Etico e le sue ingerenze morali sui cittadini, questi primi anni Duemila li stiamo passando a diventare talebani. E, percorrendo autonomamente la strada verso nuovi proibizionismi, stiamo permettendo ai nostri Stati, quelli che quando si parla di geopolitica internazionale si autoproclamano Grandi Democrazie Liberali, di trasformarsi in Grandi Oligarchie Morali”.

La legge morale, come scriveva Kant, è dentro di noi. Ed è proprio la possibilità di scegliere di sbronzarci, di drogarci, di farci del male che ci rende uomini liberi. È quella cosa che i cristiani chiamano libero arbitrio, il diritto di scegliere se sbagliare o no. E se lo ha recepito persino una religione edofobica come il cristianesimo - lo è, anche se meno dell’Islam - allora non c'è motivo che non lo recepiscano strutture che si dicono laiche e liberali come i nostri vecchi Stati Nazione.

Nel 1946, in uno dei saggi contenuti in Altre inquisizioni e intitolato Il nostro povero individualismo, Jorge Luis Borges individuò il problema e scrisse: «Il più urgente dei problemi della nostra epoca è la graduale intromissione dello Stato negli atti dell'Individuo». Oggi, passati settant'anni, quel pericolo non è affatto scomparso e i nostri Stati stanno continuando a intromettersi, e in maniere che Borges non poteva nemmeno immaginare, nelle nostre vite.

Se non dovesse essere sufficiente la filosofia, lo sarà l'applicazione di un paradosso. Ovvero che l'unica causa di morte è la nascita. È nascere che nuove gravemente alla salute e qualsiasi attività che facciamo, da grembo a tomba, può potenzialmente danneggiarci o anche ucciderci. Guidare può uccidere, eppure — fortunatamente — non ci sono sui cruscotti dei miliardi di autovetture che impuzzolentiscono il mondo le foto di incidenti e copri squartati. L'abuso di qualsiasi cibo può uccidere, ma nessuno si sogna di scriverlo sulle etichette. Pensate, persino bere acqua può uccidere. Si calcola che ne bastino otto litri in una seduta per stroncare la vita di un maschio adulto. Eppure non ci sono etichette terroriste sulle bottiglie di acqua nei nostri supermercati. Se ci fossero ci farebbero ridere. E ne avremmo tutte le ragioni. (*)

 

(*) Nota: in Irlanda qualcuno propone di scrivere avvertenze sulla salute nelle etichette dei superalcolici, e in Italia, in tutta risposta, escono due articoli che attaccano Hegel e la sua concezione dello Stato.

Dotte disquisizioni sul nulla: l’informazione in etichetta – che già c’è per legge in moltissime nazioni, dal Giappone agli Stati Uniti, fino alla vicina Francia - non intacca al libero arbitrio, così come non li intacca, per esempio, il segnale che sulla strada mi indica la prossimità di un attraversamento pedonale.

Al contrario, rende le scelte sul bere (quali che siano) più informate, quindi più consapevoli, quindi più libere.

 

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