Rassegna del 17 Luglio 2016

A cura di Alessandro Sbarbada, Guido Dellagiacoma, Roberto Argenta

 LA STORIA DI UNA DOTTORESSA

 http://www.vanityfair.it/news/storie/16/07/16/medici-abuso-alcol-droga-terapia-storia 

[NEWS / STORIE]

QUANTE VOLTE, DOTTORE?

di Camilla Strada

16.07.2016

Cominci con un aperitivo. Poi i Campari diventano due, anche tre, dai. E, perché no, ci aggiungi un po’ di Lexotan. Serve a sopportare lo stress. Tutta quella stanchezza di una settimana senza sonno. Serve a sopportare il dolore di un ragazzo che ha appena perso il papà. La frustrazione per quel paziente che hai preso in fin di vita e che avete fatto di tutto per salvarlo. Ma era tardi. 

E la colpa è tua. Che non dormi da 48 ore. Che arrivi da 11 anni di studio, tutti 30 e lode, e 20 di professione, 70 ore a settimana.

Anna (il nome è di fantasia) ha 52 anni. Si è iscritta a Medicina, poi specializzata in Anestesia e rianimazione, per amore: «Tutto ciò che ha a che fare con il cervello è affascinante», dice. Anche la professione lo sarebbe, se l’ospedale, tanto più in tempi di tagli e staff ridotti, non costringesse a turni disumani. «Il lavoro in ospedale è così: timbri il cartellino al mattino senza sapere a che ora uscirai: ci sono l’ambulatorio, la sala chirurgica, le notti – io ne facevo 6 al mese –, la reperibilità. E quando torni a casa, se riesci a tornare, resti in allerta, potrebbe arrivare una telefonata».

Anna ha un ricordo orribile di quegli anni: «Già l’ambiente medico non è gioioso, sei sempre a contatto con la malattia e la morte. In più, il controllo dell’amministrazione stava diventando ossessivo: negli ospedali-azienda di oggi noi siamo operai superspecializzati cui viene chiesto di produrre sempre di più. Non sai se devi fare 10, 20 o 30 pazienti all’ora. A volte non hai neanche tempo per un panino». E poi le denunce: «Alcuni anni fa noi medici vivevamo sotto attacco. Ricordo un titolo di giornale, si parlava sempre di malasanità: “Mia nonna di 92 anni è morta in ospedale, nessuno sa perché”. Capisce? In Italia – dove si contano 30 mila denunce l’anno, un ospedaliero ne riceve in media 2 nel corso della vita – un paziente può denunciare il medico per la cattiva riuscita di un’operazione fino a 10 anni dall’intervento: e le assicuro che è uno shock trovarsi in tribunale. È una vita che dedichi le tue giornate a questo, ma lì sei un delinquente».

Anna, per esempio, fa l’anestesista da 21 anni. Però non lavora più in ospedale da sei, da quando ha deciso di curarsi. Aveva iniziato a bere tempo prima, come valvola di sfogo. «Non c’è stato un momento preciso, è una cosa progressiva. Un Campari, due, tre. E poi ti perdi. Io lo facevo per reggere lo stress emotivo, la fatica fisica e la solitudine». All’inizio, non le sembrava un problema: «Tutti bevono», si diceva. E quando era un po’ giù, vai di Lexotan e si sentiva «pronta per la sala». Un po’ per volta, ha iniziato a farlo «tutti i giorni», anche durante gli orari di lavoro. «Mi è successo di arrivare in sala operatoria ubriaca», ricorda onesta. «Ma sa, se bevi riesci comunque a fare benissimo ciò che sai fare meglio. La nostra è una categoria particolare: siamo addestrati a sopportare tutto, lavorare per giorni al massimo senza mangiare, bere, né dormire. Come robot. È la stanchezza cronica che ti frega, non l’alcol. Io sul lavoro ero perfetta: mai avuto incidenti né denunce, per fortuna».

Molto probabilmente qualche collega si è accorto delle debolezze di Anna, ma non l’hanno mai ripresa. «Mica puzzavo di alcol, né barcollavo. Chi vuoi che ti denunci, poi? Denunciare me significava denunciare l’amministrazione dell’ospedale. Al massimo ti spingono a licenziarti, sa come si fa, il mobbing. È successo a due miei colleghi alcolisti». 

Non è certo l’unica ad avere questo problema, in effetti. Dice l’American Medical Association – uno studio sul fenomeno in Italia ancora non esiste – che tra l’8 e il 12% di operatori sanitari, medici e infermieri presenta una patologia da abuso di alcol o droghe nel corso della vita.

«Per la maggior parte sono dipendenti da alcol e cocaina, in abbinata», spiega don Paolo Fini, fondatore del Centro torinese di solidarietà, che con il direttore del Dipartimento patologie delle dipendenze dell’Asl To2 Augusto Consoli, la regione Piemonte e l’Ordine dei medici piemontese, ha ideato Helper, il primo programma terapeutico italiano indirizzato al personale medico, ora in cerca di fondi per partire. «La cocaina aiuta a essere performanti al lavoro, l’alcol ad abbassare i livelli di adrenalina dopo. Si comincia da giovani, quando per fare carriera sei disposto a tutto e ti sottoponi ai turni più massacranti. Ma è molto diffuso anche l’uso di psicofarmaci, eroina e crack, sempre per anestetizzare».

Certe categorie sono più colpite di altre. «I più a rischio sono i chirurghi, gli psichiatri e gli anestesisti, ma anche i dentisti, quelli che hanno più facile accesso alle sostanze psicotrope. Tempo fa arrivò da noi un giovane neurologo veneto, uno di successo, molto bravo, era un “piccolo chimico”, si preparava intrugli di sostanze da solo, convinto poi di sapersi fermare. “Io so dosare le sostanze”, ripeteva. Era “schizzato”, con tre cellulari che squillavano ininterrottamente, aveva allucinazioni e visioni. La sua ragazza lo ha portato da noi dopo aver letto del progetto Helper, aveva paura di essere scoperto, se si fosse rivolto al sistema sanitario. Dopo un mese in clinica per ripulirsi e un anno di comunità terapeutica è tornato a lavorare, come nuovo, ma lontano dall’Italia». 

Le donne sono più vulnerabili degli uomini. «Perché lavorano sia a casa che in ospedale e sentono molto il peso della “discriminazione sessuale”. È pazzesco: la percentuale di suicidi tra le donne medico è quattro volte più alta rispetto alla popolazione generale».

Ma negli ospedali non se ne parla. Tabù. «Avere questo tipo di problema», riprende Anna, «da noi ti espone a grossi rischi. Negli Stati Uniti, invece, i medici sono incoraggiati a chiedere aiuto o a denunciare i colleghi. Perché lì hai una via d’uscita: ogni Stato ha programmi di recupero specializzati per i dottori che soffrono di dipendenze; anche in Gran Bretagna tutti partecipano a gruppi di lavoro con supporto psicologico. In Italia niente: come se fossimo degli automi impassibili davanti alla morte».

Per piloti e conducenti (di camion, taxi, autobus e treni) la legge prevede controlli periodici sull’uso di alcol e droghe. La nuova normativa, in discussione al ministero della Salute, estende i test anche ai sanitari «a rischio lesioni da taglio o puntura». 

«Mai fatto un controllo», conferma Anna. «Ma mettiamo che se ne facciano: dall’esame del sangue scoprono che bevi o ti fai di coca. La direzione che fa, ti manda via? Lei se lo immagina un primario che va al Sert a fare pipì? O in coda per la dose di metadone? Suvvia. In Italia non esistono alternative, per questo si fa finta che il problema non esista. E poi uno pensa di curarsi da solo: siamo medici, no? Tranne quelli che poi si suicidano: ho avuto due colleghi, uno si è riempito di psicofarmaci, l’altro si è buttato dall’ottavo piano. Ma nessuno poi lo racconta».

Anna, per uscire dal suo inferno, è scappata in America: «Un giorno, ero in sala operatoria e ho avuto paura. Ero andata oltre. Lì mi sono detta: “Non ce la faccio più, ho bisogno di aiuto”. Mi sono dovuta dimettere: in Italia, non ti puoi prendere sei mesi per curarti, devi svanire nel nulla. Qui pensano che l’alcolismo sia un vizio, non una malattia seria». Così don Fini, conosciuto tramite amici, le ha consigliato il Talbott Recovery Campus di Atlanta, che da 30 anni negli Usa si occupa del recupero dei medici con problemi di dipendenza, e che insieme al Paime spagnolo (Programa de Atención Integral al Médico Enfermo) ha fatto da «modello» al progetto Helper.

«Dopo un ricovero di 4 mesi e 2 fuori mura mi sono ripresa. Ho capito che non era colpa mia, ma del sistema. Io avevo fatto tutto bene: laureata con 110 e lode, nei tempi giusti, mai un giorno di malattia. No, non era colpa mia». 

Con suo marito è finita (la frequenza dei divorzi tra medici è del 10-20% più alta rispetto agli altri). «Del resto non facevamo mai nulla insieme. Se non abbiamo mai avuto figli, in fondo, è anche un po’ per il tipo di lavoro che facevo: chi aveva tempo?».

Ma Anna oggi sta bene, lavora meno, nel privato, e non ha più paura: «Ho capito dove stava l’errore e ho i mezzi intellettuali per non ricaderci. E poi, finalmente, mi diverto».

 COME FARE PER SCOPRIRE SE SI HA UN PROBLEMA CON IL CONSUMO DI ALCOLICI

 http://www.consulenzafioridibach.it/informazioni/smettere-di-bere/quando-sapete-di-avere-un-problema-con-lalcol.htm 

QUANDO SAPETE DI AVERE UN PROBLEMA CON L'ALCOL?

A molte persone piace bere un drink, e molti di noi bevono qualcosa per stare in compagnia con gli amici. Può succedere che beviamo una bottiglia di vino con un amico una sera a settimana o che beviamo un bicchiere dopo cena. In alcune occasioni speciali usciamo e superiamo un po' il limite. Tutto questo è normale. Ma cosa succede quando il bicchiere di vino occasionale o la birra dopo il lavoro diventano una ricorrenza regolare? Quando sapete che state superando il limite da qualcosa di moderato e sociale a qualcosa che assomiglia di più a un problema?

Il fatto è l'effetto della quantità di ciò che si beve cambia da persona a persona. Alcuni di noi possono bere più di altri e la cosa non provoca effetti gravi nel breve, così è difficile capire dove mettere la linea di confine tra il bere sociale e un problema. Dovete considerare qual è la quantità di alcol che provoca a voi dei problemi o meno.

L'alcolismo, e l'abuso di alcol, può quasi sorprendervi mentre la vostra attenzione è altrove. Dovete considerare i segnali. Alcune volte possono essere abbastanza sottili e potreste non capire di avere un problema con il bere. Qui vi presentiamo alcuni sintomi e segnali da tenere in considerazione.

Segnali che avete un problema con il bere

Vi sentite colpevoli o vi vergognate del bere?

State nascondendo quanto bevete – magari liberandovi delle bottiglie e delle lattine prima che qualcuno le veda?

Qualcuno ha mai espresso un'obiezione a quanto bevete?

Quando volete rilassarvi, vi bevete automaticamente un drink? Bere è l'unica maniera di rilassarvi?

Vi sentite infelici quando andate in un luogo dove non c'è alcol?

Quando siete sobri, rigettate alcune delle cose che avete fatto o detto mentre stavate bevendo?

Avete mai bevuto così tanto da non ricordarvi ciò che avete fatto o detto mentre stavate bevendo?

Cominciate con tutte le migliori intenzioni, come bere solo un bicchiere e poi finite per bere molto più di quanto volevate?

Bevete molto quando siete arrabbiati o siete stressati o infelici?

Bevete e guidate? Bevete e lavorate? Bevete anche quando non dovreste perchè state prendendo dei medicinali su prescrizione medica?

Il bere sta influenzando il vostro interagire con gli altri? Partecipate a discussioni e risse? Cadete? Il vostro partner si arrabbia? I vostri figli vi evitano?

State aumentando la quantità di alcol perché ormai non vi fa nulla? Bevete molto più delle altre persone?

Avete sempre voglia di continuare a bere anche quando gli amici ne hanno abbastanza?

A volte consumate una quantità di alcol bastante per giorni?

Avete qualche sintomo fisico di rigetto? Per esempio, quando siete sobri avete qualcuna delle seguenti sensazioni:

Ansia, nervosismo o depressione 

Tremore e scosse 

Nausea e vomito 

Sudorazione 

Incapacità a dormire 

Irritabilità 

Mal di testa 

Stanchezza 

Allucinazioni 

Convulsioni

Volete smettere di bere e ci avete provato, ma la dipendenza è troppo forte?

State rinnegando le vostre responsabilità, siano al lavoro, a casa o in società? Questo potrebbe essere perché state bevendo o perché state ancora cercando di smettere.

Are you neglecting your responsibilities, whether these are at work, home or socially? This may be because you are drinking, or because you are recovering from a drinking bout. 

Date la colpa agli altri? Un partner che non vi capisce, il vostro capo, i vostri genitori?

Che cosa fare

Potreste abusare dell'alcol – bevendone troppo e con regolarità ad esempio, ma non vi sonsiderate degli alcolizzati. Il problema è che il passo tra le due situazioni è piuttosto corto. Potrebbe dipendere da un piccolo campbiamento nella vostra vita e farvi ritrovare in una spirale. Potreste subire una perdita, la rottura di una relazione, la perdita del lavoro o qualche altro trauma. Sarete capaci di evitare ogni eccesso? State correndo un rischio molto serio.

Se razionalizzate la vostra abitudine di bere, mentite o rifiutate di punto in bianco di discutere della materia, allora dovreste prendere in considerazione la vostra situazione. Ammettere di avere un problema è sicuramente il primo passo – avrete bisogno di coraggio e forza per affrontare il problema, ma potete sicuramente trovare un aiuto. Prendetelo subito con entrambe le mani.

 IL CONSUMO DI VINO, BIRRA ED ALTRI ALCOLICI: “SERVE FERMARE UN FENOMENO CHE STA DEGENERANDO”!

 http://iltirreno.gelocal.it/pisa/cronaca/2016/07/16/news/danni-al-turismo-vietiamo-il-consumo-di-alcol-in-strada-1.13827744 

«DANNI AL TURISMO, VIETIAMO IL CONSUMO DI ALCOL IN STRADA»

L’idea del vicesindaco Ghezzi: varare sanzioni contro chi beve lontano dai locali giusta anche la repressione se serve a fermare un fenomeno che sta degenerando

di Mario Neri

16 luglio 2016

PISA. È convito non ci sia alternativa. Per bloccare le degenerazioni della movida ormai servano misure forti. «Una provocazione», la chiama il vicesindaco Paolo Ghezzi. «Va spento il motore principale del caos», va «spezzato» l’ingranaggio intorno al quale si scatenano gli eccessi del divertimento, spiega il responsabile del turismo a Palazzo Gambacorti. «Va fermato l’accesso incontrollato all’alcol. Non bastano i sequestri e la lotta all’abusivismo. È giunto il momento di vietare il consumo di alcol in strada».

Vicesindaco Ghezzi, la mala-movida può danneggiare l'indotto turistico della città?

«A Pisa, per la sua dimensione, certamente sì. Impossibile per un turista in cerca della bellezza, non notare il fenomeno e restarne indifferente. Bene ha fatto la presidente del Ctp6 Federica Ciardelli a promuovere un confronto, è necessaria una svolta».

Davvero la città ha subìto una mutazione?

«Dodici anni fa da assessore all’ambiente mi feci carico della prima campagna di condivisione di un problema allora nascente. Le difficoltà di dialogo tra avventori, residenti ed esercenti riguardava sostanzialmente il chiasso, i ragazzi bevevano nei locali e i residenti si lamentavano degli schiamazzi, quello con cui - mi dicono amici di Parma e Ferara - devono confrontarsi le amministrazioni. Da noi tutto è cambiato, il fenomeno si è ingigantito ed è degenerato. Va spezzata la catena puntando sulla componente sana dei giovani che cerca aggregazione e compagnia ma che è disponibile a farlo nel normale ambito della convivenza civile».

Possibile sia tutta colpa degli studenti universitari, sono solo loro i “vichinghi” del divertimento?

«Non generalizziamo. Gli studenti a Pisa sono 55mila e la mala-movida ne coinvolge una minoranza. Cosa conosciamo veramente di questi ragazzi? La politica e la città devono prima di tutto esprimere una condanna chiara di alcuni comportamenti che sono inaccettabili perché contrari ad ogni principio base di convivenza civile. Normale educazione, buon senso, rispetto per gli altri e per la cosa pubblica. Caratteristiche a mio avviso comuni alla maggior parte dei giovani. Questa maggioranza dovrebbe ribellarsi alla minoranza di incivili che rischia di trascinare anche loro in uno stereotipo offensivo. E per questo l’università deve fare di più, ma il dialogo non serve senza misure forti».

Come si ferma la mala-movida?

«Prima di tutto va spazzato via quello che per me è uno dei motori principali: l'accesso facile e incontrollato all'alcol, peraltro distribuito illegalmente sotto gli occhi di tutti dai venditori abusivi, che vanno fermati e cacciati ogni sera».

Dunque?

«Dobbiamo introdurre il divieto di consumo di alcol per strada e lontano dai locali. Chi viene pescato con la bottiglia di birra in mano sul sagrato della chiesa dei Cavalieri deve essere multato».

Potrebbero accusarla di proibizionismo...

«Negli Stati Uniti esiste già, si va in strada solo col cartoccio. Quel cartoccio spesso è in mano ad alcolisti. È il simbolo di uno status, un deterrente culturale. In questi anni sono fioriti minimarket, e se combatti solo i carrelli, il fenomeno non si spazza via. I giovani sapranno dove trovare da bere. Un tentativo bisogna farlo, anche solo per un periodo».

Ma regole più dure per i locali no?

«Anche gli esercizi pubblici autorizzati dovrebbero essere responsabilizzati per le aree di propria competenza, ma c’è anche un problema di controlli»

Questore e prefetto dicono che si fa già molto.

«Serve uno sforzo in più. Piazza dei Cavalieri e le vie limitrofe, ma anche Vettovaglie e Sant’Omobono vanno presidiate con regole chiare che, ripeto, devono spezzare l'abitudine e la convinzione diffusa che tutto sia permesso. I sequestri, pur se numerosi, da soli non possono essere efficaci. Certo qualche sforzo e agente in più servono».

Servono risorse...

«Di risorse ne investiamo già tantissime anche solo nelle pulizie per rimediare ai comportamenti assurdi e privi di ogni logica. Dovremmo invertire l'ordine di priorità. Perché servono più bagni? Perché i ragazzi bevono fiumi di birra. Finanziamo prima i controlli e i presìdi, forse serviranno meno servizi».

Quindi sanzioni e repressione?

«Controllo e informazione. Richiamo costante al rispetto delle regole di convivenza e quando necessario sanzioni e repressione. Mi piace la proposta del prefetto di squadre miste di giovani e forze dell'ordine che possano far percepire costantemente il richiamo condiviso alle regole. Gli esercenti devono affiancare questo sforzo con l’informazione del consumatore».

Dunque piano bagni e decentramento non servono?

«Tutte buone idee, ma ripeto: prima bisogna spezzare

la degenerazione del fenomeno. E anche se migliori la qualità di uso delle piazze, dopo mezzanotte, una volta libere, si riempiranno di nuovo. Meglio far prevalere il rispetto per le esigenze di una comunità che ogni mattina deve svegliarsi per andare a lavorare».

 http://www.meteoweb.eu/2016/07/alcol-e-alzheimer-una-correlazione-sempre-piu-stretta-se-si-eccede-nel-bere/717284/ 

ALCOL E ALZHEIMER: UNA CORRELAZIONE SEMPRE PIÙ STRETTA SE SI ECCEDE NEL BERE

L'alcol può essere un arma a doppio taglio quando si tratta di Morbo di Alzheimer

Di Francesca Cipparrone - 

16 luglio 2016 - 18:57 

Se bere di tanto in tanto un bicchiere di vino a pranzo o a cena protegge il corpo dal pericolo di incorrere in malattie celebrali degenerative(*), eccedere con l’alcool significa sortire l’effetto opposto.

La correlazione cruciale tra alcol e Alzheimer diventa sempre più stretta, e se da un lato gli esperti consigliano di bere moderatamente un goccio di vino durante i pasti(**) così da proteggere la mente contro l’insorgenza dell’Alzheimer, dall’altro abbondare nelle dosi comporta irrimediabilmente un fattore di rischio serio per la salute delle cellule celebrali.

Gli inglesi la chiamano alcohol-related dementia, ovvero la demenza collegata al consumo di alcolici, e un recente studio pubblicato sul British Journal of Psychiatry e guidata dai due ricercatori , Susham Gupta e James Warne, ha posto l’accento ancora una volta sulla già citata correlazione tra alcool e demenza.

I dati riportati dallo studio sono a dir poco allarmanti: il consumo di alcool in quantità significativa è infatti il responsabile primario della malattia un caso su quattro.

Gli alcolici infatti deteriorano le cellule e le sinapsi e aiutano la malattia a intaccare il cervello e a degenerare in maniera determinante.

”Questo risultato è significativo se si pensa che i cambiamenti biologici dovuti all’Alzheimer compaiono venti o trent’anni prima che si sviluppino i sintomi della malattia, quindi identificare i fattori di rischio precocemente è indispensabile” hanno sottolineato gli autori dello studio, che rivelano però l’altra faccia della medaglia: “l’astinenza assoluta provoca però un aumento notevole del rischio di sviluppare l’Alzheimer”.

Quindi è di fondamentale importanza consumare con moderazione alcolici così da creare una sorta di scudo protettivo per il cervello.(***)

 (*)NOTA: chi lo dice?

 (**)NOTA: gli esperti in marketing del vino?

 (***)NOTA: …e aprire la via al cancro!!!

 PER L’ENNESIMA VOLTA RIPORTO QUESTO DOCUMENTO CHE SPIEGA CHIARAMENTE GLI EFFETTI DELLE BEVANDE ALCOLICHE SULLA SALUTE

 APRILE 2014. RECENTI PROGRESSI IN MEDICINA

 Il Pensiero Scientifico Editore downloaded by IP 93.70.123.99 Tue, 29 Apr 2014, 11:14:43 

Alcol, prevenzione cardiovascolare e cancro

Gianni Testino1,2, Silvia Leone1,2, Valentino Patussi2,3, Emanuele Scafato2,4

E-mail: gianni.testino@hsanmartino.it

1Centro Alcologico Regionale – Regione Liguria, IRCCS Azienda Ospedaliero-Universitaria San Martino, Istituto Nazionale per la Ricerca sul Cancro, Genova;

2World Health Organization Collaborative Centre for Health Promotion and Research on Alcohol and Alcohol related Health Problems;

3Centro Alcologico Regionale, Regione Toscana;

4Istituto Superiore di Sanità, Roma.

 Alcohol, cardiovascular prevention and cancer.

Summary. It is well known that light to moderate drinking (10-25 g/day) has a protective effect on ischaemic heart disease.

This effect seems independent of the type of alcoholic beverage. Recently, the International Agency for Research on Cancer (World Health Organization) stated that alcoholic beverages are carcinogenic for human (oral cavity, pharynx, larynx, oesophagus, colorectum, liver and breast). There is a dose-response relationship between alcohol and cancer in that the risk of cancer increases proportionally with alcohol consumption. Low doses of alcohol (10 g/day) are associated with an increased risk for oral cavity, pharynx, larynx, oesophagus and breast cancer. Therefore, a physically active lifestyle and a healthy diet are more effective in preventing ischaemic heart disease than a low level of alcohol consumption.

 Le recenti acquisizioni scientifiche ci impongono di rivedere alcune posizioni mediche nei confronti delle bevande alcoliche. L’evidenza scientifica in questi anni ha riscontrato come bassi dosaggi di etanolo (10-25 g/die) possano comportare una riduzione del rischio di insorgenza della patologia ischemica coronarica1-3. L’effetto protettivo è stato messo in relazione per diverso tempo alla presenza di resveratrolo e polifenoli contenuti nel vino rosso. Tali sostanze hanno un’azione antiossidante,

antinfiammatoria, antifibrotica e anticancerogena.

Più recentemente è stato dimostrato come la quota di tali sostanze disponibile per l’assorbimento sia in quantità non sufficiente per gli effetti preventivi4. In realtà, l’effetto benefico è stato riscontrato per tutti i tipi di bevande alcoliche e, quindi, l’azione di prevenzione sarebbe da ricondurre all’etanolo stesso. Il consumo di una “moderata”

quantità di alcol aumenta la quota di high density lipoprotein (HDL), riduce le low density lipoprotein (LDL), l’aggregabilità piastrinica e l’attività di coagulazione, favorisce la vasodilatazione, sfavorisce la cascata di eventi che conducono all’aterosclerosi, riduce la gravità di vasculopatia diabetica, esercita un effetto protettivo nei confronti del danno tissutale da ischemia-riperfusione1. 

Sebbene questa relazione tra bassi livelli di consumo di alcol e la riduzione del rischio di cardiopatia coronarica risulti da molti studi, non la si riscontra nella totalità delle ricerche. Inoltre, l’azione protettiva riguarderebbe solo la popolazione oltre i 35 anni5. In ogni modo, nonostante alcuni limitazioni metodologiche e nonostante la non

univocità dei risultati, a oggi possiamo affermare che una quota rilevante di lavori scientifici è a favore di un effetto protettivo di alcol (circa 10 g/die) nei confronti della patologia ischemica coronarica.

In realtà la valutazione costo-beneficio ci indica come il rischio minimo di mortalità è pari a 0 g/die al di sotto dei 34 anni sia per i maschi sia per le femmine, intorno ai 5 g/die per gli uomini di mezza età e meno di 10 g/die per quelli oltre i 65 anni. Per le donne, invece, è prossimo a 0 g/die per un età inferiore di 65 anni e meno di 5 g/die oltre i 65 anni5,6. È noto come gli stessi dosaggi accettati, o addirittura consigliati, favoriscano parallelamente 60 patologie differenti e in particolare, nel settore cardiologico, l’ipertensione arteriosa e le aritmie in modo dose-dipendente, con un incremento del rischio sin da modiche quantità5.

Recentemente, inoltre, l’International Agency for Research on Cancer (IARC) – Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha concluso che il consumo di bevande alcoliche, l’etanolo e l’acetaldeide hanno un rapporto causale con l’insorgenza del cancro nell’uomo (Gruppo 1 – IARC)7-9. Ricordiamo che in questo gruppo di cancerogeni sono presenti sostanze come l’asbesto, le radiazioni, il fumo di sigaretta, ecc. In particolare, l’alcol favorisce questi tipi di tumore: cavità orale, faringe, laringe,

esofago, intestino, fegato, pancreas e mammella.

Nell’alcoldipendente l’insorgenza di cancro aumenta in tutti i distretti dell’organismo. Tali affermazioni sono state riportate nella Monografia IARC 56 del 2010 e successivamente riaffermate con maggior forza nella Monografia 100 E del 20127,8. Inoltre, l’OMS chiede alla classe medica di essere maggiormente efficiente nel contrastare il consumo di bevande alcoliche e raccomanda di non utilizzare più la parola “abuso”, sostituendola con il termine “consumo”. Non può essere eticamente giustificato il dosaggio moderato di una sostanza tossica e cancerogena.

È stato, infatti, dimostrato che in Europa (Danimarca, Germania, Grecia, Italia, Spagna e Gran Bretagna) può essere attribuito al consumo di alcol il 10% dei casi di tumore nei maschi e il 3% nelle femmine. In entrambi i generi la frazione attribuibile è più alta per i tumori del tratto aereo-digestivo superiore (44% nei maschi, 25% nelle femmine), seguiti dalle neoplasie del fegato (33% nei maschi, 18% nelle femmine), del colon-

retto (17% nei maschi, 4% nelle femmine) e della mammella (5-6%). La percentuale cresce se il dosaggio quotidiano supera i 24 g/die per l’uomo e i 12 g/die per la donna: 10% dei cancri colon-retto, 27% dei cancri epatici e 38% dei cancri del tratto

aereo-digestivo superiore9,10. Per alcuni tipi di tumore il rischio relativo aumenta in modo significativo già a dosaggi inferiori ai 10 g/die (cavità orale, faringe, esofago, mammella). L’alcol, quindi, è una sostanza tossica e cancerogena il cui consumo

non comporta rischi solo per gli alcoldipendenti, ma anche per i cosiddetti bevitori “moderati” o “sociali”11-14.

Per tali ragioni non esistono i presupposti scientifici per qualificare né sostenere l’uso dell’etanolo come sostanza preventiva o come farmaco.

Piuttosto, come suggerisce l’OMS, sarebbe conveniente ridurre i decessi per ischemia coronarica attraverso indicazioni di buon senso: regime alimentare equilibrato e personalizzato, riduzione del sale, movimento fisico, riduzione del peso15. Un consequenziale e corretto comportamento da parte dei professionisti della salute dovrebbe essere quello non di incentivare il consumo di bevande alcoliche, bensì di informare i pazienti che l’alcol, anche a bassi dosaggi, può favorire insorgenza di tumore. Appare evidentemente irrazionale consigliare un consumo alimentare per l’eventuale prevenzione di una sola patologia, sapendo che in tal modo ne favoriamo numerose altre.

Dopo l’azione dello studio legale Conte e Giacomini di Genova, il Parlamento Europeo ha considerato ricevibile la proposta di inserire sulle etichette l’informazione che l’alcol (vino, birra o superalcolici) può favorire l’insorgere di cancro. Alla luce di questa valutazione e in relazione all’evidenza scientifica sul rapporto alcol e cancro, è bene ricordare come sia inopportuno consigliare modiche quantità di alcol: e questo sia per motivi di ordine etico che per possibili ripercussioni di ordine medico-legale16,17.

È necessario, infine, precisare come non vi potrà mai essere una modalità di studio adeguata a dare una risposta definitiva sugli effetti protettivi di quantità moderate di alcol, poiché sarebbe necessario ricorrere a uno studio caso-controllo, alla misurazione diretta dei consumi alcolici (in tutti gli studi sempre auto-dichiarati), alla registrazione puntuale nel corso degli anni degli stessi e alla valutazione, nel lungo periodo, delle variabili di esito. Occorre, dunque, piuttosto, in una prospettiva di salute pubblica, applicare il principio di cautela o di precauzione e segnalare il possibile

rischio incrementato di insorgenza di neoplasie.

 Bibliografia

Krenz M, Korthuis RJ. Moderate 1. ethanol ingestion and cardiovascular protection: from epidemiologic associations to cellular mechanisms. J Molecular Cell Cardiol 2012; 52: 93-104.

2. Di Minno MND, Franchini M, Russolillo A, et al. Alcohol dosing and the heart: updating clinical evidence. Semin Thromb Hemost 2011; 37: 875-84.

3. Ronksley PE, Brien SE, Turner BJ, et al. Association of alcohol consumption with selected cardiovascular disease outcomes: a systematic review and metaanalysis. BMJ 2011; 342: d671.

4. Lachenmeier DW, Godelmann R, Witt B, et al. Can resveratrol in wine protect against the carcinogenicity of ethanol? A probabilistic dose-response assessment. Int J Cancer 2014; 134: 144-53.

5. Scafato E, Gandin C (a cura di). L’alcol e l’assistenza sanitaria primaria. Istituto Superiore di Sanità. Osservatorio Nazionale Alcol, Centro Collaboratore OMS per la Ricerca e la Promozione della Salute su Alcol e Problemi Alcol-Correlati, Roma 2010.

6. White IR, Altmann DR, Nanchahal K, et al. Alcohol consumption and mortality: modeling risks for men and women at different ages. BMJ 2002; 325: 191-98.

7. IARC. Alcohol consumption and ethyl carbamate. IARC Monogr Eval Carcinog Risks Hum 2010; 96: 1-1428.

8. IARC. A review of human carcinogens. IARC Monogr Eval Carcinog Risks Hum 2012; 100: e377.

9. Testino G, Ancarani O, Scafato E. Bevande alcoliche e cancro: uso, abuso o consumo? Recenti Prog Med 2011; 102: 399-406.

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11. Testino G, Borro P, Ancarani O, Sumberaz A. Human carcinogenesis and alcohol in hepato-gastroenterology. Eur Rev Med Pharmacol Sci 2012; 16: 512-8.

Le sperimentazioni su tessuti e su animali da esperimento hanno fornito dati inequivocabili e le successive valutazioni epidemiologiche e correlative hanno raggiunto una precisa conclusione e cioè che l’etanolo contenuto in qualiasi tipo di bevanda

alcolica ha un rapporto causale con il cancro nell’umano

Testino G. Alcol: bugie e verità. Tutti i rischi del bere. Roma: Il Pensiero Scientifico Ediotre, 2013

Alcohol in the European Union. 

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