Rassegna del 14 Marzo 2016

A cura di Roberto Argenta, Guido Dellagiacoma, Alessandro Sbarbada

 

Il primo articolo oggi in rassegna è una fiammella di luce, tra tanta disperazione conseguente al bere che ogni giorno riempie le pagine di cronaca nera dei nostri giornali

 

REPUBBLICA.IT – Firenze

Omicidio Santarelli, la moglie:

"Perdono il ragazzo che uccise mio marito, non stia in cella"

L'amicizia tra la vedova del carabiniere e la madre del killer.

A cinque anni dal delitto un "rave" per la riconciliazione

di LAURA MONTANARI

FIRENZE. Un rave, cinque anni dopo. Si finisce col rinascere da una ferita, si ripassa magari dalla stessa parola, dallo stesso posto o da un prato che gli somiglia per andare avanti. "Io e Irene abbiamo pensato a un rave per guardare al futuro senza dimenticare il passato" racconta Claudia Francardi, 48 anni, vedova dell'appuntato Antonio Santarelli. Irene è la mamma di Matteo Gorelli, il ragazzo condannato per l'omicidio di Santarelli. Queste due donne hanno organizzato un rave nella zona di Grosseto. Medesima provincia di quell'altra tragica maratona musicale quando era quasi la mattina di Pasquetta, il 25 aprile 2011, e la pattuglia dei carabinieri si trovava vicino a una curva in una strada di campagna, fra Sorano e San Martino di Manciano. Fermarono per un controllo una Renault Clio con alcuni ragazzi a bordo. C'erano tre minorenni e lui, Matteo Gorelli, che allora aveva 19 anni. Patente, libretto e alcol test. Alcol test positivo.

I militari stavano compilando il verbale delle contravvenzioni quando vennero aggrediti alle spalle da Matteo con un bastone preso dalla recinzione di un campo. Antonio Santarelli aveva 43 anni, morì dopo un anno di coma e di agonia. L'altro militare, Domenico Marino, 35 anni, se la cavò con gravissime lesioni a un occhio. Matteo ora è in carcere a Bollate, nel milanese, dove sconta una condanna a vent'anni (ergastolo in primo grado). Scrive poesie, dà esami di Scienza dell'educazione seguito dall'università Bicocca. Sua madre, Irene Sisi, con Claudia Francardi ha fondato l'associazione Amicainoabele che "fa del perdono una strada per andare avanti". Il mese prossimo, il 24-25 aprile, organizzano un rave a Rispescia, frazione di Grosseto.

"Sarà un rave di sostanza, non di sostanze, lì non si farà uso di droghe e alcol, ma di contenuti, storie, confronti. Si discuterà di mediazione: ci saranno, fra gli altri, l'ex magistrato Gherardo Colombo e Guido Bertagna, il gesuita... quello che ha scritto "Il libro dell'incontro" fra gli ex della lotta armata e i familiari delle vittime. Ci sarà la musica dei 99 Posse che piace a molti ragazzi dei centri sociali, noi vogliamo parlare a tutti... soprattutto ai giovani".

Come si fa a perdonare chi ti ha ucciso una persona cara? Lei quando ha cominciato?

"Si deve perdonare, il rancore ti condanna sempre all'istante del passato. Io ho cominciato a perdonare vivendo prima in pieno il mio dolore e tutta la rabbia. Irene mi scrisse una lettera, quando la lessi decisi subito di incontrarla e di invitarla all'ospedale di Montecatone, vicino a Imola, dove Antonio era ricoverato in coma vegetativo. Irene voleva vedere tutto, voleva essere gli occhi di suo figlio che all'epoca era in carcere a Grosseto".

Cosa vi siete dette?

"Che la ferita era comune, le nostre vite erano indissolubilmente collegate dal 25 aprile 2011, da quell'enorme dolore. Da allora il dialogo è continuo, però non sempre viene capito".

In che senso?

"Troviamo a volte critiche e insulti sul web, anche di recente per quest'ultima iniziativa. Noi andiamo avanti. Penso che il perdono mi abbia ridato dignità. Davanti alla perdita di una persona che ami, ti ritrovi completamente nuda. Il perdono ti rimette addosso qualche vestito, puoi tornare a uscire per strada".

È vero che ha detto che Matteo non dovrebbe stare in carcere?

"Per come è organizzato, oggi il carcere non lascia spazio all'affettività e al recupero. Ho detto che in comunità il dialogo fra me e lui sarebbe stato più facile".

Lei ha un figlio di 17 anni: lui condivide queste scelte?

"Sì, condivide ciò che faccio. Del resto io continuo negli ideali di Antonio. Perché quella mattina fermò Matteo e lo stava multando? Per dargli un insegnamento, per dirgli "ragazzo, non è quella la strada". Io e Irene pensiamo sia importante andare fra i giovani, nelle scuole a dialogare, spiegare che è meglio parlare piuttosto che tenersi dentro un disagio...".

Poi un giorno ha incontrato Matteo, nella comunità di don Mazzi, dopo la condanna di primo grado...

"Non è stato facile, lui non aveva dormito la notte prima, io ero in ansia. Ci siamo guardati, ci siamo abbracciati, nessuno trovava le parole, ma abbiamo trovato subito molte lacrime. Io gli ho raccontato chi era l'uomo che aveva ucciso. Bisogna guardare in faccia le cose per quelle che sono".

Cosa avete in comune lei e la mamma di Matteo?

"La voglia di essere persone nuove, di dialogare e andare avanti. Speriamo vengano tanti giovani a Rispescia, noi li aspettiamo".

 

IL SECOLO XIX del 8 marzo 2016

Massacrato “per gioco”, i killer:

«Abbiamo dormito col cadavere»

Roma - Lo sballo, il sesso in vendita, la vergogna di dichiararsi gay, l’omicidio «per l’intenzione di fare del male a qualcuno». Possiamo scomodare la tesi di Hannah Arendt sulla «banalità del male», ma faticheremo comunque a inoltrarci nell’abisso di chi ha spento la vita di Luca Varani , appena 23 anni, per il brivido di uccidere. La confessione di uno dei due assassini fa paura. Altro che Arancia meccanica.

 

«Trasformati in animali»

«Non so come mi sia potuto trasformare in un animale del genere» ammette Manuel Foffo, 30 anni, assistito dall’avvocato Michele Andreano, di fronte al pm Francesco Scavo. Insieme a Marco Prato, 29 anni, è in carcere con l’accusa di omicidio premeditato aggravato dai futili motivi e dalla crudeltà. Prato, che ha tentato il suicidio in un albergo vicino piazza Bologna, a due passi dalla casa dei genitori, per ora non parla: «Non so niente, ho cercato di uccidermi».

 

Le torture

Manuel Foffo, che si è costituito ai carabinieri dopo essersi sfogato con il padre, è invece un fiume in piena. Eccolo sulle torture: «Ho trovato io i due coltelli e il martello. La corda non so da dove è spuntata fuori. Abbiamo colpito tante volte. Non provavo piacere ma non riuscivo a fermarmi. Marco ha inferto la coltellata al cuore. Luca era ancora vivo prima di quella coltellata». Luca è stato martoriato e ucciso venerdì scorso dopo essere stato attirato, via sms sul telefonino, con la promessa di 120 euro per prestazioni sessuali. Una decina di coltellate al collo e al petto, diversi colpi di martello dappertutto e una corda stretta al collo. È stato assalito quasi subito dopo l’arrivo nell’appartamento di Foffo ma la morte è stata lenta e prolungata: «Luca ha sofferto molto prima».

 

Il sesso e la droga

Manuel ha incontrato Marco Prato solo tre volte, lo definisce «gay», mentre di sé dice: «Io sono eterosessuale». Poi però ammette di «aver avuto un rapporto orale con lui, quando ci siamo conosciuti, la notte di capodanno. La cosa mi ha dato fastidio e avevo deciso di non vederlo più. Mi ha dato anche fastidio che Marco aveva mandato un sms a mio fratello e ad alcuni miei amici con una cosa inventata. Nello specifico aveva detto che avevamo conosciuto un transessuale che ci aveva dato della cocaina. Ma poi Marco mi ha cercato e così abbiamo deciso di drogarci e poi di uccidere qualcuno».

 

1500 euro di cocaina

I due amici trascorrono due giorni di sballo («entrambi sapevamo che facevamo uso di cocaina»), mercoledì e giovedì, chiusi in casa del primo al Collatino, periferia est della città. «Senza mangiare e senza dormire. Ci siamo sballati con cocaina e alcol. Più volte abbiamo chiamato lo spacciatore che ci portava la sostanza. Non so essere preciso sulla quantità in grammi, ma abbiamo speso 1500 euro. Faccio uso di cocaina da quando avevo 18 anni, ma in modo sporadico. Tranne quando sono stato a Ibiza per la stagione estiva dove ho fatto uso continuativo di cocaina».

 

«Abbiamo dormito con il cadavere»

Venerdì mattina, completamente drogati e insonni, Manuel e Marco escono di casa in auto «per cercare qualcuno da ammazzare. Ma non trovandolo, Marco «ha inviato un messaggio whatsapp a Luca. Mi ha detto che si prostituiva. Nego però che tra noi ci siano stati rapporti sessuali». Gli accordi vengono presi con cinque messaggi. Luca Varani arriva nell’appartamento al decimo piano (in quello sottostante abita la madre di Manuel) convinto di dover consumare un rapporto a pagamento. I due gli offrono alcol con dentro l’Alcover, una sostanza nota come il metadone degli alcolisti che Manuel possiede «perché me lo ha prescritto il medico, visto che ho sofferto di etilismo». (*) Il farmaco in dosi massicce provoca incoscienza. «Marco gli ha versato l’Alcover nel bicchiere, Luca è andato in bagno, si è spogliato per fare la doccia ma si è sentito male. Marco lo ha aggredito e ricordo che gli ha detto che sia lui che io avevamo scelto che doveva morire». Lo torturano fino alla morte poi però «lo abbiamo messo sul letto per pulire il pavimento. Mentre uccidevo non sono stato capace di fermarmi anche se a tratti ho provato vergogna per quello che facevo». Poi si addormentano e al risveglio ripuliscono la scena del delitto. I vestiti della vittima sono stati gettati «in un cassonetto sotto casa».

 

Il tentato suicidio

E poi c’è il giallo del tentato suicidio di Marco Prato. È stato Manuel a indirizzare i carabinieri del Reparto operativo verso l’albergo di piazza Bologna. Resta da chiarire se è stato davvero lui a comprare tre flaconi di barbiturici con cui Marco voleva farla finita. «Anche se è successo che Marco mi ha invitato alla violenza contro Luca, io mi sento comunque responsabile di questo fatto» conclude Manuel nel verbale di 5 pagine. Entrambi gli arrestati sono in attesa dell’interrogatorio di garanzia di fronte al gip Riccardo Amoroso.

 

(*) Nota: riprendo in rassegna questo episodio di cronaca della settimana scorsa per evidenziare questi particolari - l’alcolismo di Manuel, la prescrizione e l’utilizzo dell’Alcover - che forse non sono stati sottolineati a sufficienza e che mi sembrano decisamente rilevanti.

 

GAZZETTA DI MANTOVA

Ubriaco, violenta la moglie: condannato a sei anni

E' la condanna inflitta a un giovane di venticinque anni riconosciuto colpevole di maltrattamenti e violenza sessuale nei confronti della moglie

CASTIGLIONE DELLE STIVIERE. Sei anni e sei mesi: è questa la condanna inflitta a un giovane di venticinque anni riconosciuto colpevole di maltrattamenti e violenza sessuale nei confronti della giovane moglie che, in un’occasione, ha tentato anche di togliersi la vita.

La sentenza è stata emessa dal collegio giudicante, presieduto da Giuditta Silvestrini. I fatti contestati all’operaio sarebbero avvenuti tre anni fa a Castiglione delle Stiviere. A denunciarli la compagna dello stalker, dal quale ha avuto una figlia.

Per molti mesi la donna ha subito le angherie dell’uomo. Picchiata e maltrattata. Fino all’episodio clou: quello della violenza sessuale. Tornando a casa una sera, completamente ubriaco, l’uomo ha preso di mira la compagna. Senza lasciarle respiro. L’ha trascinata in camera da letto e lì, contro la sua volontà, è stata violentata. Non ha potuto ribellarsi.

Quando l’uomo è uscito dalla stanza, la ragazza in quello stesso istante ha detto basta. Qualche tempo prima, per la disperazione aveva tentato di suicidarsi. Ma ora no. Il giorno dopo, infatti, ha raccontato tutto ai carabinieri di Castiglione delle Stiviere.

Al termine di accurate indagini i militari dell’Arma si sono convinti della responsabilità dell’uomo e lo hanno denunciato alla procura della Repubblica.

L’inchiesta ha accertato i fatti e il pubblico ministero ha chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio. L’uomo è comparso davanti al collegio presieduto dal giudice Giuditta Silvestrini. Al termine del processo la stangata: sei anni e sei mesi. L’imputato non è in carcere e il difensore Andrea Rossato è già pronto a presentare ricorso in appello a Brescia. (gol)

 

CONTRORADIO.IT

ABUSO DI ALCOL. RICOVERATA MINORENNE A PRATO

Quindicenne portata in ospedale, sabato notte a Prato, con sintomi da coma etilico. Dimessa all’alba. Altri due giovani ricoverati a Firenze, starebbero meglio.

Sono stati alcuni amici della ragazza a chiamare i soccorsi, dopo averla vista in evidente stato di difficoltà in seguito all’assunzione di alcolici, in piazza Mercatale nel centro storico di Prato. Le condizioni della quindicenne sono migliorate nelle ore successive: all’alba di ieri mattina è stata dimessa.

Trovati privi di sensi la notte scorsa nel centro di Firenze, anche due giovani fiorentini che sono stati ricoverati in prognosi riservata in stato di coma etilico. Si tratta, spiegano i carabinieri, di un diciannovenne e di un ventunenne: entrambi sono stati ricoverati in rianimazione all’ospedale Santa Maria Nuova. Da quanto appreso da fonti sanitarie i parametri dei due giovani non risulterebbero compromessi. I due giovani sono stati trovati non coscienti in piazza San Paolino intorno alle 1.40. Sul posto intervenuti anche i carabinieri del radiomobile dopo una segnalazione al 112 fatta dai sanitari del 118. Una nota della Asl spiega che i sanitari hanno riferito che per entrambi sarebbe stata superata la fase più critica, e adesso le condizioni sarebbero stabili. Se nelle prossime ore persisterà un miglioramento nel quadro clinico i due potrebbero essere trasferiti nel dipartimento di area medica del Santa Maria Nuova.

 

GAZZETTA DI MANTOVA

Ubriaca fradicia a 17 anni

Finisce al pronto soccorso

Alle quattro del mattino di domenica l’hanno trovata completamente ubriaca in viale della Favorita. Ha solo 17 anni ed è finita in pronto soccorso per intossicazione etilica. Non si reggeva in piedi. Per questo è stata trattenuta in ospedale per essere sottoposta alle cure del caso. Le intossicazioni da alcol tra minorenni sono purtroppo un fenomeno in grande espansione, nonostante il divieto di vendere alcolici a chi ha meno di diciotto anni. L’ultimo episodio in zona risale al gennaio scorso. Un’altra 17enne con un centinaio di amici aveva partecipato a una festa di compleanno in un agriturismo a Porto Mantovano. Ma, poco prima delle due, si era sentita male ed era stata trasportata in ospedale. Ubriaca fradicia. Con il passare delle ore si era ripresa. Una settimana prima un analogo episodio in città, con un quattordicenne come protagonista. Il ragazzino non si reggeva in piedi, per questo era stato portato al pronto soccorso pediatrico dove era stato sottoposto alla terapia del caso: una flebo per ridurre l'alcolemia nel sangue. Il tasso era particolarmente elevato e avrebbe potuto avere gravi conseguenze se i medici non fossero intervenuti con estrema rapidità.

 

CORRIERE ADRIATICO

Tolentino, la suora: "Ero schiava dell'alcol, poi ho abbracciato Dio"

TOLENTINO - Dall’alcol al convento. Una storia molto toccante che ha scosso i cuori di molti presenti all’evento “Storie di donne” è stata quella di suor Maria Pia Mascoli. Nei giorni scorsi, nel corso della serata organizzata dalla Consulta delle donne di Tolentino, la suora originaria di Roma che ora si trova alla basilica di San Nicola ha raccontato gli anni dell’adolescenza e i fatti più tristi che l’hanno fatta avvicinare a Dio.

“Vengo da una famiglia molto religiosa - ha raccontato - dove si prega prima dei pasti. Ricordo che a quindici anni presi la mia prima cotta per un ragazzo molto bello, ma con una brutta storia alle spalle, tanto che faceva uso di droghe. Pensai che io avrei potuto salvarlo portandolo in oratorio, ma il prete non mi diede il permesso e, mentre il giovane provò a rubare in un palazzo, cadde dal balcone e morì. Subito non riuscii a spiegarmi come mai Dio avesse tolto questa persona dalla mia vita, nello stesso mese in cui venne a mancare anche mio fratello. Iniziò un periodo molto brutto per me dove allontanai completamente la religione dalla mia vita e iniziai a fare uso di alcol. Un giorno però, ebbi la conversione, un momento bellissimo, di pianto e riso insieme. Ora sono io che cerco di aiutare gli altri, le persone che soffrono, alle quali non voglio dare come risposte alle loro domande le frasi fatte che la gente ripeteva a me nei momenti in cui avevo bisogno di conforto”.

Una storia emozionante che, insieme a quelle delle altre donne, è riuscita a rendere l’evento davvero interessante. La presidente della Maceratese calcio Maria Francesca Tardella, anche lei presente all'evento per raccontare la sua vita, ha invitato suor Maria Pia a raccontare la sua storia ai ragazzi della squadra. “Sono temi importanti - ha detto - che dovrebbero far capire ai ragazzi quanto sono fortunati ad amare uno sport come questo e ad evitare le strade brutte della droga e dell’alcol”.